Cursillos di Cristianità

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Intervista a Eduardo Bonnin – 3° parte

Intervista a:  EDUARDO BONNIN  fondatore di Cursillos de Cristiandad   (3° parte)

1. Quindi, si trattò della valorizzazione dell’idea dei corsi già organizzati dall’Azione Cattolica ma, evidentemente, con apporti nuovi, perché nuovo era il contesto che voleva affrontare.

Di una cosa eravamo sicuri, che quei cursillos duravano troppo e questo andava a scapito della quantità di persone alle quali comunicare il messaggio. Pensammo che tre giorni fosse la durata ideale e che se i tre giorni comprendeva il sabato e la domenica, la cosa era ancora più semplice, perché era relativamente facile ottenere un giorno di permesso, il venerdì; cominciando, infatti,il giovedì sera, si poteva riunire un gruppo di persone per il fine settimana; così il messaggio poteva arrivare a molte più persone. La cosa che ci interessava maggiormente era studiare a fondo le idee che costituivano e sintetizzavano detto messaggio, per poterlo comunicare in maniera agile, integra, approfondita, densa e attraente a più gente possibile.

Così, pensandoci e pregando, studiando e continuando a pregare fu generato e si sviluppò il nostro Movimento dei Cursillos de Cristiandad. All’inizio si chiamarono semplicemente cursillos; in seguito, non noi, ma altri, per distinguerli dai cursillos che si tenevano in quei tempi: cursillos dei maestri di scuola, dei sergenti, e di qualsiasi altra categoria … furono chiamati Cursillos de Conquista, cosa che non piacque assolutamente ai loro ideatori.

Dell’aria che si respirava in quelle riunioni, ce ne dà un’idea la preghiera che recitavamo prima di cominciarle o quando la tensione delle discussioni lo consigliava. A quel tempo facevo già parte dell’Azione Cattolica, ma non mi piaceva quel clima di devota apatia che dovevamo dare alle nostre attività perché non fossero sconvenienti.

Noi ci muovevamo con un ritmo e un orientamento diversi, tenendo sempre presenti, più d’ogni altra cosa, i lontani; per evitare tensioni con l’Azione Cattolica e non essere contro di essa, ma ai margini di essa e con il desiderio di migliorarla, capivamo che dovevamo prendere le distanze per poter osservare le cose da una prospettiva diversa. A tal fine ci riunivamo per studiare il più fedelmente e profondamente possibile le idee che volevamo comunicare e le situazioni concrete delle persone alle quali volevamo far giungere il messaggio in maniera più personale possibile.

Anzitutto approfondimmo in gruppo lo studio dell’ambiente, io contribuii con ciò che avevo elaborato da molto tempo. Cercammo anzitutto di riflettere su come fossero le persone: le catalogavamo mentalmente in gruppi, cominciando dai cristiani coerenti, autentici, pratici che pensano e agiscono da cattolici, fino ad arrivare agli atei intellettuali. Preparammo addirittura delle schede, sempre immaginarie, anche se tratte dalla realtà della vita. Per esempio, quella del “giovane soldato”: “Obbedisce davanti per che non può farne a meno, bofonchia e mormora di dietro, perché non ne può più”.

A quelle riunioni non prendeva parte nessun sacerdote, non per una volontà esplicita di escluderli, ma perché, oltre ai loro molteplici impegni, sentivamo che la novità delle nostre idee, soprattutto prima di essere pienamente strutturate, potevano turbare la mentalità tradizionale, così attaccata a un modo di fare derivante dal loro ministero.

Alcuni aneddoti pittoreschi di quegli anni possono sicuramente far luce sulle nostre intenzioni. Quando dicevamo che il cursillo doveva essere eterogeneo, riunendo nell’avventura ogni categoria di persone, i vicini e i lontani, i ricchi e i poveri, gli intelligenti e gli ignoranti, i «signorini» e i lavoratori, gli studenti e gli operai, ecc. ecc., ci rispondevano che ciò che interessava a uno studente non avrebbe mai potuto interessare un facchino.

La nostra posizione era, in un certo senso difficile, perché dovevamo avere un atteggiamento comprensivo con i neo convertiti quando il loro spirito debordante e incontenibile urtava contro la rigidità pietrificata dall’abitudine. Ad esempio quando in ore impossibili – le uniche possibili per loro, quelle dopo il lavoro – andavano a chiedere a qualche sacerdote di fare un’”ora apostolica” in chiesa, la risposta era netta e categorica: “Non si può aprire la chiesa a quest’ora”. Dal suo punto di vista, il sacerdote aveva tutte le ragioni, ma noi dovevamo utilizzare un tempo prezioso, perché dovevamo lottare sempre contro l’orologio; si trattava di far capire al parroco la mentalità di quei giovani neo convertiti e di fare in modo che il fatto non accrescesse in loro i pregiudizi viscerali che nutrivano contro il clero.

Lo spirito del cursillo non è altro che la sostanza del vangelo portata nella realtà di molte vite; a volte essa irrompe nella persona con un impeto effervescente che non sempre è stato facile imbrigliare, ma che possiede tutta la forza di una generosità prorompente che colpisce, oggi come allora, quando il cursillo non è soffocato a forza di norme e procedure burocratiche.

Una delle cose di cui dobbiamo ringraziare Dio è l’unione del ruolo del sacerdote e di quello del laico nei tre giorni del cursillo. In esso, se si svolge come si deve, il sacerdote si sente più sacerdote e più che capire, vive quella indovinata espressione di sant’Agostino: “Con voi sono cristiano, per voi sono vescovo”.

D’altro canto il cursillo mette a nudo e scopre valori umani nei laici che se aiutati a essere cristiani nel mondo, invece che indirizzati a risolvere problemi intra ecclesiali, farebbero crescere il prestigio della Chiesa e la avvicinerebbero al mondo.

È doveroso riconoscere la fiducia che ci accordarono alcuni sacerdoti lasciandoci agire con libertà. Libertà che esigeva di esplorare e percorrere nuove strade nel desiderio di scoprire la più adatta per noi, per comunicare la notizia più bella in una maniera che, in qualche modo, rompesse gli schemi e vincesse la noia dell’abitudine con il vigore sempre nuovo di ciò che è evangelico.

Non è necessario sottolineare che tutti gli «inizi» creano anche problemi. Abbiamo avuto momenti duri; nel movimento abbiamo fatto esperienze che ancora oggi mi provocano dolore e feriscono il mio senso di giustizia.

8. Dio ha sempre suscitato nella Chiesa carismi diversi. 

Mi è sempre sembrato evidente che Dio non abbandona mai la sua Chiesa e che la sua infinita provvidenza dispone, nel corso della storia, che l’amore che ha per I’uomo venga in qualche modo manifestato.

I1 mezzo che normalmente Dio usa per arrivare alla coscienza dell’uomo e per risvegliarlo all’incredibile, ma possibile amicizia con Lui, è sempre diverso e cambia addirittura da persona a persona.

A volte il veicolo per ottenere l’attenzione e l’intenzione della persona è un’altra persona, oppure un avvenimento, un’idea, una comunità, un’istituzione, un comportamento.

9. Che cos’è per lei un carisma? 

Credo fermamente, e l’ho potuto verificare, quanto dice la teologia: “Un carisma è un dono che Dio fa a chi vuole, ma non per il destinatario che lo riceve, ma perché se ne avvantaggi tutta la comunità e la Chiesa”. 

10. Un carisma opera all’interno della Chiesa 

Sentirsi cristiani e non sentirsi Chiesa la ritengo una contraddizione; significa ignorare cosa sia essere cristiani e cosa sia la Chiesa. Però è una contraddizione molto frequente perché il messaggio di Cristo arriva a molte persone unicamente ed esclusivamente attraverso alcuni precetti morali rigidi ed esigenti. Separati dalla loro ragione e verità, questi precetti sembrano assurdi e la nozione di Chiesa appare così ristretta e falsata; per molti essa è formata solo da alcuni signori che vivono lontani anni luce dalla realtà della vita di ogni giorno e usano un linguaggio che rende molto difficile la comunicazione, per non dire il dialogo.

Autore: cursillos padova

Movimento di Chiesa finalizzato all'evangelizzazione degli ambienti.

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