Cursillos di Cristianità

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Parlare di Dio – parte 1

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Accompagnati dalle parole di Tonino Bello, scopriamo come parlare di Dio

Che oggi sia difficile parlare di Dio, lo dicono in genere tutti gli studiosi di scienze umane. I quali, da tempo, puntellano questa loro convinzione esplicitando i molteplici fenomeni legati alla galassia della secolarizzazione, ben visibile del resto anche a occhio nudo. Che poi, oltre che difficile, il discorso su Dio sia diventato oggi anche molto tribolato, lo dicono tutti gli educatori pastorali. Per i quali l’antico vocabolario che serviva a dare i nomi alle orme della presenza divina è da tempo entrato in disuso.

Un fatto è certo: gli articolati sillogismi dei manuali, impressionanti per rigore scientifico e per lucidità filosofica, ti muoiono sulle labbra ogni volta che devi tentare un approccio che non voglia rimanere sospeso sulle trame della sterile accademia. Le solide costruzioni del pensiero, in cima alle quali, gradino dopo gradino, la ragione consolidava un tempo l’immagine di Dio, rischiano di ruzzolare alla prima argomentazione di segno contrario. Le stesse trionfanti conclusioni, a cui talvolta è dato di giungere senza che si siano frapposti ostacoli dialettici, non scaldano più che tanto gli interlocutori.

Rispondere alla ricerca dell’uomo oltre le mode culturali

 Il parlare di Dio, insomma, è diventato sempre più problematico, sia per il cambio del vocabolario, sia per le interferenze che ne disturbano la comunicazione, sia perché il mondo, soddisfatto da idoli più appaganti sul piano della fruizione immediata, se non proprio non ne avverte il bisogno, lo relega per lo meno nell’area dell’insignificanza.

Eppure, Dio è nascosto nel cuore di tutti, se non come presenza, almeno come nostalgia. «O Signore, noi siamo stati fatti per te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te». Così affermava Agostino. E la liturgia, facendogli eco, geme nelle gramaglie del Venerdì santo: «O Dio, tu hai messo nel cuore degli uomini una così profonda nostalgia di te, che solo quando ti trovano hanno pace! … ».

Si tratta, allora, per un educatore di fare leva su questa nostalgia che l’uomo si porta incorporata. Non sul fallimento delle ideologie, o sulla catastrofe del pensiero, o sulla caduta delle mode culturali. Sarebbe ben triste che l’idea di Dio dovesse prender corpo alimentandosi delle macerie degli idoli.

E allora, per educare al senso personale di Dio e all’accoglimento del suo mistero, pur essendoci tanti sentieri diversificati, ‑ forse ce n’è uno personale e irripetibile per ciascuno di noi, ‑ possiamo indicare alcune linee privilegiate su cui oggi far leva.

Educare allo stupore

Qualcuno ha scritto che la meraviglia è la base dell’adorazione. È proprio vero. Anzi, l’empietà più grande non è tanto la bestemmia o il sacrilegio, la profanazione di un tempio o la dissacrazione di un calice, ma la mancanza di stupore. Oggi c’è crisi di estasi. È in calo il fattore sorpresa. Non ci si esalta per nulla. C’è in giro un insopportabile ristagno di déja vu: di cose già viste, di esperienze già fatte, di sensazioni sottoposte a ripetuti collaudi. Siamo appiattiti dagli standard, omologati da prigionieri della ripetizione modulare. Sarà colpa della cibernetica o di chi sa quale altro accidente, ma è certo che la fantasia agonizza. Sopravvive, per fortuna, solo nei bambi­ni.  Occorrerebbe riutilizzare il Salmo, nel quale si densifica il rapimento estatico di chi contempla la gloria di Dio, C «si squaderna», come direbbe Dante, per tutto l’universo.

«O Signore, nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra» (Sal 8,1).

Se avessimo, appunto, gli occhi dei bambini, dovremmo essere capaci di leggere questa scritta su tutta la curva del cielo, da oriente a occidente. Con i caratteri incisi dai fulmini nei giorni di tempesta, con bianchissimi cirri nei meriggi d’inverno, con nubi di fuoco nelle notti di primavera.

Incoraggiare l’attitudine allo stupore. Non disdegnare come cedimento alla serietà organica del pensiero il tentativo di indicare nella bellezza la strada privilegiata attraverso cui Dio si rivela. Il mare in tempesta o il firmamento nelle notti d’agosto, il colore dei fiori che spuntano sui crepacci o l’incantesimo delle vette innevate, lo struggimento degli alberi che si torcono nella bufera o lo splendore degli occhi di una donna, non hanno smesso di proclamare su tutta la grandezza della terra il nome di Dio. Senza stupore è difficile l’incontro con Dio. Senza rapimenti estatici è impossibile parlargli. Al massimo, con Dio ci potrà essere rapporto mercantile, basato sulle contrattazioni della domanda e dell’offerta: soprattutto nei momenti della paura o dello smacco. Ma non incontro personale, né abbandono di fiducia, e tanto meno, ebbrezza d’amore.

Educare a darsi del tu

Non ti dimenticherò mai… Ho scritto il tuo nome sulla palma della mia mano”(cfr. Is 49,15‑16). Sapere che, questa frase di Isaia, Dio la ripete a te, a me, a tutti, fin da quando siamo stati concepiti nel grembo materno, non può non alzare la soglia del rapporto personale con lui. Lui che, come dice il profeta Baruc, «chiama le stelle per nome, ed esse gli rispondono ‘eccomi ‘ brillando di gioia!» (cfr. Ba 3,34‑35). Lui che non deposita negli archivi i nostri volti, ma li sottrae all’usura delle stagioni illuminandoli con la luce dei suoi occhi. Lui che non seppellisce I nostri nomi nel parco delle rimembranze, ma li evoca a uno a uno dalla massa indistinta delle nebulose e, pronunciandoli, con la passione struggente dell’innamorato, li incide sulle rocce dei colli eterni…

È fortemente educativo far capire che Dio, pur chiamando tutti per nome, non è, però, un mastodontico computer. Non è il grande magazziniere dei nostri nomi. E neppure l’archivista supremo che per ogni uomo allestisce un dossier riservato. Non è l’infallibile memorizzatore di fatti e misfatti, che poi, nel giorno del giudizio, egli userà come prove di merito o come capi d’imputazione nei nostri con­fronti. Sarebbe veramente banale ridurre Dio al ruolo di controllore dei nostri sgarri, o al rango di banchiere dei nostri titoli di credito. Un Dio siffatto, che vesta l’abito del funzionario compiaciuto o che indossi la divisa del gendarme, è quanto di più allucinante si possa pensare. Occorre, invece, trasmettere il messaggio che ognuno di noi gli sta a cuore. Che si prende cura di ciascuno. Singolarmente. Non all’ingrosso. Che nel vocabolario di Dio non esistono nomi collettivi. Che le persone, lui non le ama in serie. Che se per la civiltà informatica Gigi, uscito dal manicomio, è niente più che un soffio elettronico da immagazzinare nei dischi rigidi dei servizi sociali del comune, per il Signore rimane sempre un principe dell’universo. Che i massacri operati dalle violenze umane trovano sugli occhi di Dio lacrime per ognuno, e non pianti globali. Che nelle fosse comuni delle vittime della guerra, egli si aggira in ricerca di sembianze inconfondibili su cui lasciare l’impronta di una carezza, e non per collocare piastrine di riconoscimento col numero di matricola. Che l’uccisione di un uomo prima ancora che nasca gli distrugge tra le mani capolavoro irripetibile, a cui stava per dare l’ultimo tocco. Che l’incupirsi per fame di una sola creatura del Sahel gli  dà più angoscia che l’oscurarsi di Sirio o l’affievolirsi delle Pleiadi. E che per i lividi sul volto di Maria, percossa marito ubriaco, si turba più di una madre per la febbre del  suo unigenito. (fine parte 1 di 2)

Autore: cursillos padova

Movimento di Chiesa finalizzato all'evangelizzazione degli ambienti.

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