Cursillos di Cristianità

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Parlare di Dio – parte 2

don-tonino-bello-profeta-di-paceEducare a sentirsi partners di Dio

Prometeo volle rubare il fuoco agli dèi, e, col fuoco, una scintilla del loro smisurato potere. E ci riuscì. È vero che la pagò cara, perché Giove, una volta accortosi del furto, lo fece incatenare su una roccia del Caucaso. Ma nella fantasia popolare e rimasto come il simbolo della fierezza e dell’audacia. L’eroe glorioso della stirpe umana. Il promotore inquieto delle rivendicazioni terrene, che ha saputo contrastare con successo l’egemonia dei signori del cielo. Prometeo, insomma, è passato nell’immaginario della gente come colui che ha avuto il coraggio di sottrarre agli dèi il segreto di una insopportabile onnipotenza obbligandoli, in un certo senso, a fare i conti con i miseri mortali.

Basterebbe questa leggenda mitologica per misurare l’abissale contrasto che divide la concezione pagana dal messaggio biblico. Anzi, tra le verità più splendide della fede cristiana, non ce n’è una che emerga come questa: il nostro Dio non soffre di gelosia. Non considera l’uomo come suo rivale. Ma come partner che collabora con lui nel cantiere sempre aperto della creazione. Come socio, cioè, dì pari dignità, nella sua cooperativa di lavoro. Non si macera nel timore che l’uomo un giorno o l’altro debba truffargli i brevetti delle sue invenzioni. Ma gli concede i poteri delegati su tutte le ricchezze dell’universo. Non nasconde i suoi segreti nella cassaforte del mistero. Ma li squaderna sotto gli occhi dell’uomo. Perché non ne teme la concorrenza. Anzi, ne sollecita la collaborazione.

 «Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani» (Sal 8,7). Se non sapessimo che è il versetto di un Salmo altamente lirico, ci sembrerebbe la stesura di un verbale di consegna. O forse, meglio, ci parrebbe il passaggio solenne di un rogito notarile con cui si prende ufficialmente atto dell’incoronazione dell’uomo a viceré dell’universo. In realtà con queste parole bibliche veniamo messi a conoscenza, come se ce ne fosse ancora bisogno, dei nostri diritti regali su tutto il creato. La qual cosa non può non accentuare la dimensione strettamente personale del nostro rapporto con Dio.

Educare alla compagnia, più che alla onnipresenza di Dio

Ho provato a pensare se ci possa mai essere qualche angolo del mondo sottratto, per così dire, all’invadenza del nome di Dio. Un posto non toccato dai raggi della sua luce. Un luogo in cui trovare asilo politico dalla persecuzione amorevole del suo sguardo. Un ricettacolo segreto, insomma, munito di franchigia religiosa. Ma non mi è riuscito di trovarne. La gloria del Signore JHWH straripa da tutte le parti. Come fiume in piena raggiunge le sponde più remote. Non ci sono argini che ne fermino il flusso di santità. Non ci sono zolle di terra che non si lascino inumidire dalla sua rugiada. Neppure gli spazi dove si imbastiscono le trame più inique sono impermeabili all’azione di Dio. Neppure i recinti dove si consumano i peccati più neri possono sottrarsi alla sua presenza. Anche i covi più torbidi dove ribolle schiuma del male sono lambiti dall’onda della sua potenza. Il nome di Dio è grande anche lì.

Lì, nei santuari dove la gente si raccoglie in cerca di pace; ma anche oltre la siepe del giardino comunale, disseminato di siringhe. Nelle celle del monastero di clausura impregnate di preghiera; ma anche giù, nei sotterranei della metropoli, dove si sfrenano ogni notte le orge della dissolutezza. Lassù, nell’eremo solitario dove si tocca il silenzio con le mani; ma anche in quell’appartamento dell’ultimo piano del grattacielo, dove si progettano i loschi affari una spregiudicata lobby finanziaria. Nella biblioteca del convento, dove il monaco si sprofonda nella ricerca del mistero di Dio; ma anche nello studio fotografico d’una inafferrabile catena di produzione, dove si allestiscono gli spettacoli licenziosi delle riviste per adulti. Nelle aule delle università teologiche, in cui si racconta la storia della salvezza; ma anche nelle misteriose soffitte degli indovini, dove la gente, tra evocazioni e deliri, abbocca ai filtri della stregoneria. All’interno della cattedrale dove risuonano i canti gregoriani e s’innalzano gli incensi dai turiboli d’argento; ma anche all’interno di quella bisca clandestina, dove tra bestemmie e volute di avana, la vita si impregna dì disperazione. Nel centro di accoglienza della Caritas, dove i volontari fanno i turni di notte; ma anche nei bassifondi di periferia, dove la malavita organizzata celebra le sue liturgie di violenza e di morte…

Vengono in mente i versetti del Salmo: «Se salgo in cielo, là tu sei; se scendo negli inferi, eccoti. Se prendo le ali dell’aurora per abitare all’estremità del mare, anche là mi guida la tua mano e mi afferra la tua destra» (Sal 139,8‑10).

La verità è che Dio solo è il Signore dell’universo, e che la terra non è oggetto di spartizione tra l’impero del bene e l’impero del male. Non ci sono paletti catastali che segnino il limite delle sue proprietà. Non c’è riserva di caccia che gli impedisca di scavalcare il filo spinato della nostra cattiveria. Lui solo è il santo. Penetra l’intimità delle cose. Raggiunge le fibre segrete della materia. Invade il cuore dell’uomo, anche il più determinato a esibirgli il divieto di accesso. Non gli appartengono solo le aree del sacro. Riempie d’olio tutte le lampade della vita. Fa ardere i roghi della storia, accende le fiammelle della cronaca, illumina i crepuscoli delle nostre stagioni spirituali. Tutto è suo. Lo spazio e il tempo. Sì, anche il tempo. Perché la grandezza del suo nome non si commisura sull’arco del martirologio romano, ma si estende di generazione in generazione. Anzi raggiunge i tempi in cui non c’erano neppure generazioni, ma c’era solo il caos, il grande sbadiglio, che egli ha deciso di trasformare in cosmo, la grande bellezza, riflesso della sua gloria.

«O Signore, nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra!» (Sal 8, 1). Su tutta la terra. Anche su quella porzione di storia e di geografia che attualmente soffre i travagli del parto, ma che un giorno lascerà la zona d’ombra per entrare nella luce meridiana. Ecco perché la nostra voce deve fare esplodere l’osanna a Dio, non solo nell’alto, ma anche nel basso dei cieli.

Educare soprattutto alla trascendenza

Ma il pericolo esiste. E non è neppure dei più irrilevanti. Quello, cioè, di fare di Dio una specie di superlativo assoluto di tutte le connotazioni positive che si riscontrano nel­le creature.

Un fiore è bello? Dio è bellissimo. Un uomo è buono? Dio è ottimo. Un maestro è saggio? Una madre ama appassionatamente il frutto del suo grembo? Dio supera e il maestro e la madre: egli è, per dirla con Dante, «somma sapienza e primo amore».

Con questo procedimento rischioso, anche se gli facciamo occupare la prima posizione nelle graduatorie dei valori universali, non rendiamo a Dio un buon servizio. Perché tutto sommato, lo confiniamo all’interno del nostro mondo. Lo circoscriviamo nei nostri moduli. Mentre gli si offre, quasi per buona educazione, la piazza d’onore, in ultima analisi lo riduciamo ai nostri schemi. Lo si riconosce come testa di serie di tutte le classifiche della terrena bontà, ma poi gli si impedisce di sfondare il tetto e di entrare, per così dire, in un altro girone. E chi sa che, sotto questa assolutizzazione «controllata», non si nasconda il desiderio, se non proprio di insidiargli il primo posto, almeno di imporgli un certo rispetto!

Sì, il pericolo esiste. Perché così riduciamo Dio a semplice fenomeno intramondano, perfetto quanto si vuole, ma spogliato di ciò che gli appartiene come tipicamente suo: la trascendenza.

Trascendenza è una parola un po’ difficile, ma vuol significare che Dio è totalmente altro dalle nostre povere, sia pur nobili, cose di quaggiù.

Viene in mente la battuta di quel missionario il quale mentre parlava ai negretti seduti sotto un albero della foresta, essendogli capitato di usare nel discorso la parola computer, si sentì chiedere da un bambino che cosa fosse i computer. E lui, imbarazzato, gli rispose mostrandogli la matita che aveva in mano: «Te lo spiego subito: vedi questa matita? Il computer è tutta un’altra cosa!». Appunto, Dio è tutta un’altra cosa.

Non possiamo rivestirlo sul modello dei nostri abiti, si pure di stoffa pregiata, dandogli magari la taglia più alta Non è comprimibile sotto l’arco del nostro cielo. Dobbiamo ripeterlo chiaro: «Sopra i cieli s’innalza la sua magnificenza». Solo così saremo afferrati dalla imprevedibilità di Dio. Solo così capiremo le sue inedite trovate. Solo così ci sedurranno le sue sorprese, e ci accorgeremo che sono vera­mente inesauribili le risorse della sua novità.

Diversamente, correremo il rischio di proiettare in Dio le nostre mediocrità. La sua eccellenza la scambieremo per strapotere. Lo renderemo complice di ogni progetto mal riuscito. E perfino l’effetto speranza, su cui poggia tutto l’annuncio cristiano, si ridurrebbe alla semplice amplificazione delle nostre attese che, per quanto dilatate, finirebbero col deluderci.

«Sopra i cieli s’innalza la tua magnificenza». Sopra i cieli. Non sotto. Un Dio che sta sotto i cieli, anche se tanto alto da toccarli con un dito, è un Dio lontanissimo: forse anche un po’ responsabile delle nostre frustrazioni e dei nostri insuccessi. È un Dio rivale, insomma, quasi un antagonista con cui misurarsi. E un primo della classe col quale fare i conti, rimediando inesorabilmente complessi di inferiorità e amarissime sensazioni di colpa.

Un Dio, invece, la cui magnificenza s’innalza sopra i cieli ci è molto più vicino. Perché scombina le nostre misure, ma senza indispettirci. Perché gioca con noi, ma senza divertirsi a nostre spese. Perché provoca desideri struggenti della patria lontana, ma senza crearci tristezze. Perché è sempre in agguato, ma senza irridere alla nostra libertà. Perché ci tende mille trappole di tenerezza, ma non si stanca dei nostri rifiuti. Perché ci tiene alle risposte d’amore, ma è sempre pronto a perdonare il nostro peccato.

Solo un Dio che sta sopra i cieli può diventarci coinquilino. Perché solo lui sa scavare negli abissi delle nostre nostalgie, e ci fa capire che «egli ci ha fatti per lui, e che il nostro cuore è inquieto finché non riposa in lui». «Sopra i cieli s’innalza la sua magnificenza». Sotto i cieli s’incurva solo la nostra povertà. Ma s’incurva a tal punto, da diventare il ricettacolo della sua misericordia.

Tonino Bello

Autore: cursillos padova

Movimento di Chiesa finalizzato all'evangelizzazione degli ambienti.

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