Cursillos di Cristianità

Benvenuti nel sito ufficiale dei Cursillos di Cristianità – diocesi di Padova


SSN … servizio sacerdotale notturno

Basilica del VotoDa qualche mese Saverio ed io diamo una mano in quello che si potrebbe paragonare al 118 dello Spirito.

Il primo lunedì del mese (un mese io, un mese Saverio) alle 10 della notte andiamo vicino al Centro Storico di Quito. Alla fine di una difficile salita sorge la “Basilica del Voto”. Una chiesa neogotica costruita alla fine dell’800 da uno dei Presidenti dell’Ecuador che consacrò (anche nella Costituzione della Repubblica) tutta la nazione al Sacro Cuore di Gesù. Nella cappellina c’è l’Adorazione continua e nella sacrestia della cappellina si riunisce una gruppo di volontari, quattro laici e un sacerdote. Ci si saluta, si prega insieme e dopo si aspetta. Qualcuno dorme, ci si turna per rispondere al telefono. Da piú di un anno c’è un numero verde. Dalle 10 di sera alle 6 del mattino. Se qualcuno è in fin di vita e desidera confessarsi o ricevere l’estrema unzione è sufficiente che un familiare chiami e subito il sacerdote, accompagnato da due laici, sale in macchina per recarsi o alla casa o all’ospedale. Il centralinista risponde, accerta che non sia una presa in giro o uno scherzo di cattivo gusto, raccoglie tutti i dati, spiega la strada e via. Nella cappellina dell’Adorazione ci sono sempre delle persone che pregano, quelli che vanno in macchina a dare il sacramento sanno che sono accompagnati dall’alto.

Saverio ed io non abbiamo iniziato da molto. Fino ad ora sono andato tre volte. Mi impressionano i laici che mi accompagnano. Papà, lavoratori, una volta anche un avvocato. Se la mattina io ho sonno facilmente riesco ad organizzare i miei impegni per riposare un po’. Loro alle 6, quando il turno finisce, corrono a lavorare. Non ho mai sentito lamentarsi nessuno anzi si vede la soddisfazione di aver fatto qualcosa di buono nei loro occhi arrossati dal sonno.

Quando arriviamo nella casa o nella stanza dell’ospedale mi aiutano a prepararmi, mi accompagnano nella preghiera, conversano con i familiari del malato. Senza dire stupidate o frasi fatte ma condividendo le parole che accompagnano il dolore a bassa voce. L’altra notte, alla seconda uscita, siamo arrivati troppo tardi. Il papà era morto da pochi minuti. C’era il figlio ad assisterlo nella clinica. Abbiamo pregato insieme, ho dato la benedizione al corpo. Il figlio era scosso e ogni due secondi mi domandava se il papà sarebbe andato o no in Paradiso. Io cercavo di consolarlo, lasciando che si sfogasse. Si inserisce nella conversazione una delle due persone che mi accompagnava e dice al figlio: “Tuo papà già sta in Paradiso, però… tu ci andrai?” e da lì la conversazione prende una direzione completamente diversa. Non più di consolazione ma di conversione. Il figlio quasi si confessa e lo sfogo non è più solo di dolore ma anche di desiderio di migliorare. Mi vengono in mente le parole del mio padre spirituale durante i primi anni come prete: “I sacramenti nel dolore (funerali, unzione degli infermi), sono uno dei momenti più alti di evangelizzazione”.

Si ritorna alla base, si dorme un poco. Poco prima delle 6 ci si ritrova nella cappellina, si prega brevemente insieme, si ringrazia il Cielo per la notte e per quello che si è fatto. Ci si saluta. Ognuno a casa sua, al lavoro o in parrocchia.

¡Hasta pronto!  … dall’Ecuador P. Giovanni O.


Cursillos … Parrocchia

0001WvIL CONTRIBUTO DEI CURSILLOS DI CRISTIANITA’ NEL RINNOVAMENTO DELLA PARROCCHIA

Io, non ho altro merito se non quello di essere stato testimone di ciò che ho vissuto personalmente dalla prima ora fino ad oggi, cioè del cammino continuo di oltre sessanta anni del Movimento dei Cursillos di Cristianità. Il Cursillo di Cristianità, per grazia di Dio, le preghiere di molti e la ferma volontà di alcuni, sta permettendo che l’uomo e la donna prendano coscienza di essere persone e, pertanto, di avere la facoltà e la possibilità di captare la buona notizia che Dio in Cristo ci ama. Il fatto è che, quando la persona umana si incontra con lo spirito di Dio, crede in Lui e cerca di corrispondere al Suo invito, cambia la sua ottica, cambia gli obiettivi, cambia l’orizzonte e la prospettiva e , così, trova il senso della vita. Quando finisce un Cursillo, Cristo può contare su alcuni cristiani che gustano coscientemente, e con gioia, la grazia di essere battezzati e di essere cristiani. Sono cristiani nuovi, o meglio rinnovati, perché hanno compreso la grazia di esserlo in spirito e verità Non è strano, pertanto, che noi cursillisti ci sentiamo fortemente interpellati dal Decreto Conciliare sull’apostolato dei laici, quando leggiamo “ I Laici esercitano un molteplice apostolato tanto nella Chiesa come nel mondo…. I laici, con autentico spirito apostolico, suppliscono a ciò che manca ai fratelli e riportano alla Chiesa quelli che forse erano lontani”.  E’ ora che comprendiamo con quanta ragione questo Pontificio Concilio dei Laici ci ha avvertito, in sintonia col menzionato Decreto Conciliare, “ La struttura parrocchiale a volte si mostra troppo stretta e a volte a troppo vasta per soddisfare le necessità pastorali e di formazione dell’insieme dei fedeli…” E’ ora che entriamo in sintonia con il Sinodo dei Vescovi quando insiste con forza che le Parrocchie siano veramente missionarie, poiché né il parroco può seguire personalmente tutti i suoi parrocchiani, né tutti i parrocchiani trascorrono la propria vita nel mero ambito parrocchiale. In questo ci incoraggiano e animano le parole del Santo Padre Giovanni Paolo II pronunciate alla 4° Ultreya Nazionale dei Cursillos d’Italia. “ Il vostro Movimento vi chiede di essere fermento per la “massa” del mondo”. Parimenti ci ha riempito di gioia il tema che Sua Santità aveva scelto per la I’Ultreya Mondiale di Roma: “Evangelizzare gli ambienti: una sfida per i Cursillos di Cristianità”. Poiché questa “massa” e questi “ambienti” sono stati sempre la meta e la finalità dei Cursillos fin dagli albori. Perché questa “massa” e questi “ambienti”, questo “mondo”, specialmente dei lontani, è il luogo in cui il Cursillo centra e realizza la sua azione apostolica. Da quanto esposto, il contributo dei Cursillos al rinnovamento della Parrocchia, la concepisco iniziando a sottolineare che il nostro Movimento, fin dagli inizi, ha una chiara visione del  ruolo del laicato nella azione missionaria della Chiesa, obiettivo apostolico di tutti i battezzati, e di ciò su cui devono convergere la persona, il Vangelo e il mondo nel quale ci tocca vivere. Una concezione, orientata soprattutto nella prospettiva dell’avvicinamento dei lontani, i quali, generalmente, sono quelli che captano meglio l’identificazione tra la propria ansia di felicità e la vita di Cristo, in quanto la vedono realizzata in altri cursillisti tra i quali poi incontrano successivamente alcuni veri amici. Succede che quando i lontani captano la Buona Novella, l’assenza in essi di ingessature storico religiose pregresse, fa affiorare in essi una creatività evangelica meravigliosa, con la quale creano un ambiente in cui questa creatività evangelica non si vede coartata, ma alimentata. Questa, e non altre, è la motivazione perché l’incontro con i lontani non sia un fallimento. Si tratta di un ambiente chiave che deve essere basato sull’amicizia nel suo duplice aspetto: quello dell’intimità nel Gruppo e quello dell’universalità nell’Ultreya. Nel Cursillo ciò che abbiamo sempre cercato di raggiungere e su cui siamo gioiosamente impegnati, per fedeltà alle nostre idee e al carisma fondazionale, è il collegamento e la perfetta coincidenza con la pastorale più genuina della chiesa, proclamando che il Movimento non ha nessuna altra spiritualità se non quella della Chiesa stessa. Tutto questo coerentemente al fatto che il Cursillo non è frutto di una ricerca empirica, ma di una intuizione che progressivamente si è trasformata in uno strumento meraviglioso le cui basi profonde sono radicate nel Vangelo, certificate dal Concilio e incoraggiate dagli ultimi Pontefici. Penso che i Cursillos, si pongano molto più in là dell’apostolato individuale che il Vaticano II ratifica come essenziale per la vita del laico che ha fede, ma più in qua dell’apostolato consociato che a molti sembra l’alternativa vocazionale più idonea. Credo che i Cursillos non sono, e non devono essere, una organizzazione né una comunità con fini specifici, anche se hanno qualcosa dell’uno e dell’altra . Sono favorevole che i Cursillo siano di massa e naturalmente un movimento laico, ma senza essere composto esclusivamente da laici, come risulta evidente a tutti coloro che l’hanno vissuto in una prospettiva di creativa complementarietà tra laici e sacerdoti. In quanto al reclutamento dei cursillisti, in modo speciale di quelli che hanno appena fatto il cursillo, da parte di alcuni parroci, allo scopo di inserirli nei diversi ruoli o campi specifici di apostolato parrocchiale, come la catechesi, l’azione sociale, la cura dei malati, o altri ministeri, considero che tali richieste di per sé non costituiscono una crescita nell’essere cristiano del cursillista, soprattutto quando il suo inserimento nelle attività ecclesiali portano via tempo alla sua azione cristiana di base nel suo vivere quotidiano, che è dare testimonianza di Cristo nel luogo in cui il Signore l’ha piantato. Per il resto, il cursillista, come tutti gli uomini, ha l’imperiosa necessità di essere compreso, cioè, di essere e di sentirsi amato. E’ veramente una pena che non ci si renda conto che questo impiego automatico dei convertiti in questa pastoralità così intesa, abbia privato la pastorale genuina della parte più umana, più spontanea e più coraggiosa della società e pertanto di quella parte che ha la maggior capacità di essere genuinamente cristiana. La novità più grande del Cursillo è che lancia il laico nell’apostolato nella sua specifica pista e con un peculiarissimo stile, il proprio, quello che Dio gli ha dato, spingendolo nella gioiosa avventura di rendere più facile e semplice il cammino verso l’incontro con se stesso e, partendo da se stesso, vada scoprendo che l’incontro con Cristo e con i fratelli può dilatarsi sempre più convertendosi in amicizia, ma mano che diventano realtà la Riunione di Gruppo e l’Ultreya. Tutto questo senza misconoscere che all’ombra della parrocchia e di tante associazioni hanno potuto crescere, svilupparsi e maturare tanti uomini, donne e bambini per la gloria della santa Chiesa, e di questo esistono persone che sono argomenti vivi a favore della fecondità e dell’efficienza della parrocchia. Mi piace rimarcare che il tipo di comunità di cui oggi ha bisogno il mondo, e quindi anche la stessa Chiesa, deve essere incentrata ed aggregata dalla gratuità, dall’interesse totalmente disinteressato; bisogna prendere sul serio le persone, una per una, per quello che sono, per il semplice fatto di essere persone, non per quello che possiedono, né per quello che sanno, e tanto mento per il loro potere , e neppure per la collaborazione che possono dare alla Chiesa, poiché tutto questo impedisce che possa essere resa trasparente, con la massima diafanìa, la tenerezza di Dio in quanto il senso della realtà coincide con il senso del Vangelo, che è l’amore. Resta impossibile da capire la pretesa di coloro che vollero togliere al laico il ruolo che il Movimento dei Cursillos gli ha assegnato. E’ come voler tagliare uno dei germogli più vivi che il Vangelo, vissuto da sacerdoti e laici, ha prodotto nella Chiesa, perseverando e crescendo in Cristo mediante l’amicizia vissuta, in modo personale e intimo nella Riunione di Gruppo e in modo comunitario nell’Ultreya, strumenti con cui il Movimento dei Cursillos di Cristianità conta in modo specifico per maturare e crescere. La riunione di Gruppo è l’amicizia portata a livello soprannaturale che crea una situazione in cui si rende possibile la vita e la vivenza autentica, continua e progressiva del fondamentale cristiano; è il luogo dove si stabilisce il contatto con in fratelli in modo che il meglio di ciascuno possa raggiungere i numero maggiore di fratelli La speranza è il mio augurio! Finisco facendo mie le parole di Papa Ratzinger, nella Informativa sulla fede “ Quello che in lungo e largo per la Chiesa universale risuona con toni di speranza, è la fioritura di nuovi Movimenti che nessuno pianifica o convoca ma sorgono spontanei dalla intrinseca vitalità della Chiesa. Incontro meraviglioso che lo Spirito sia una ancora una volta più forte dei nostri progetti…… Il rinnovamento è silenzioso ma avanza con efficacia”

Eduardo Bonnín

Intervento di Eduardo Bonnín alla Assemblea Generale del Pontificio Consiglio per il Laici. Roma, 21-23 de settembre 2006.

a cura della Fondazione Eduardo Bonnin Aguilo – FEBA  http://www.feba.info/


Quello che il Papa non dice … per una nuova evangelizzazione

papa francesco

Ancora suggerimenti per la nostra missionarietà, assonanze con il nostro Carisma.

Ho letto con attenzione il discorso del Papa ai catechisti e ho ascoltato in diretta l’omelia della Messa in occasione del loro incontro mondiale nell’Anno della fede. E poi ho cercato di mettere questi due discorsi sullo sfondo di tutto il dibattito intra-ecclesiale […] sulla nuova evangelizzazione. E ho visto che a farmi pensare non sono tanto le cose che il papa dice, ma quelle che non dice.

Innanzitutto non dice nulla sulla questione della conoscenza delle verità della fede. Possibile che sia stato così distratto? Che non dia nemmeno una indicazione su questo tema? Che sembra a volte essere il nodo essenziale con cui la Chiesa lotta, perché la sua verità non è più data per scontata nel mondo di oggi. In realtà un piccolo accenno c’è. Nell’omelia dice che nell’annuncio bisogna trasmettere “la dottrina nella sua totalità, senza tagliare, né aggiungere”.

Ma che indicazione è? Questa è l’affermazione di uno dei fondamentali compiti della Chiesa. È valida per ogni tempo e per ogni ambito. Non dice nulla sul come, su che cosa privilegiare, su quale gerarchia tra le verità sia quella più adatta all’oggi, su quale tipo di filosofia sia meglio “appoggiare” la ricerca di una credibilità per la verità della fede. E stiamo parlando di un incontro mondiale dei catechisti! Che non hanno a che fare solo con bambini, ma anche con adulti e con uomini di cultura. Eppure il papa non dice nulla su questo. Anzi, in due passaggi del discorso ai catechisti che si presterebbero bene a ciò – quando parla del kerigma – ricorda il centro del kerigma e dice semplicemente che è un “dono”, che come è stato ricevuto va ridonato. Nulla di più.

Non c’è insistenza sulla necessità di far fronte al “relativismo”, di tornare a dare “ragione” della fede. E dire che nell’omelia è ben chiaro che il papa sa bene quale sia la condizione della cultura attuale, dandone un giudizio pesante, parafrasando Ger. 2,5: “Chi corre dietro al nulla diventa lui stesso nullità”. Perciò non si può dire che il papa indulga o ceda alla cultura dominante. Eppure il centro del suo insegnamento, sia nel discorso sia nell’omelia, stanno da un’altra parte.

Secondo. Il papa non dice nulla sulla necessità di difendere la fede rispetto alla cultura dominante e sulla percezione che la Chiesa sia sotto attacco nel mondo, da parti diverse. Come è possibile che non si renda conto che in Africa e in Asia stanno massacrando i cristiani per la loro fede? Che in Europa e nel mondo occidentale le basi della cultura cristiana siano corrose dagli acidi della post-modernità? Eppure è lui stesso a segnalare, nell’omelia, che la cultura attuale, facendo della “spensieratezza” un obiettivo a cui sottomettere tutto, finisce per avere come centro il proprio benessere e così perde l’identità, il nome, non sa più chi è. E ancora lui ci segnala, nel discorso, che la persona “rigida”, ferma dentro ai propri schemi mentali, chiusa nel proprio orizzonte ideologico o teologico, non può richiamarsi a Dio per giustificare le proprie azioni (anche quelle violente), perché “Dio non è chiuso, non è rigido!”. Non è quindi che il papa non veda questa situazione. Ma non ritiene necessario spendere nemmeno una parola per metterci in guardia da questo.

Anzi, su questo sembra andare nella direzione opposta. Ci invita a non preoccuparci per nulla ed ad uscire da noi e andare nelle periferie del mondo. Ma come? In una situazione di assedio e di corrosione dei fondamenti culturali dovremmo mollare la difesa e andare incontro all’altro? Come fa a non rendersi conto che si rischia di scomparire e di essere travolti? Verrebbe da dire: caro Francesco, un po’ di prudenza! Ma lui invece, citando Giona, addirittura sembra voler scardinare il fondamento di questa nostra paura, cioè l’idea che il cristiano abbia qualcosa da difendere. “Giona non se la sente. Andare là! Ma io ho tutta la verità qui! Non se la sente”. Ho tutta la verità qui! Come faccio a metterla a rischio? Devo difenderla! Nella mente del papa in ballo non c’è la prudenza contro il coraggio. Anche qui il centro sta da un’altra parte.

Terzo. Il papa non dice nulla sulla questione dei linguaggi, che spesso viene indicata come uno degli ostacoli per l’efficacia della catechesi. Eppure lui stesso è la dimostrazione vivente del tentativo di cambiare linguaggio e di rendersi più comprensibile all’uomo di oggi. Ormai questo lo vedono anche i muri. E allora come mai, parlando ai catechisti, non si preoccupa di dare indicazioni sui linguaggi, quali siano più efficaci, quali da cambiare, quali da valorizzare? In realtà nel finale del discorso dice che il catechista deve saper cambiare per adeguarsi alle “circostanze” nelle quali annuncia il Vangelo. E in chiusura richiama “l’audacia di tracciare strade nuove per l’annuncio del Vangelo”. Ma anche questo suona come una ripetizione di un “mantra” che da molto tempo aleggia nella Chiesa. Certo il papa non dice nemmeno di assumere il linguaggio di questa cultura, con buona pace di chi la pensa diversamente. Anche qui il papa mette al centro un’altra cosa.

E allora: che cosa mette al centro? A partire da Gesù Cristo mette al centro ciò per l’uomo di oggi è il vero nodo del problema della fede. Non è in questione la verità della fede, è in questione il fatto che questa verità riesca a “scaldare” il cuore, cioè “attiri” le persone. Citando papa Benedetto, Francesco dice: “La Chiesa non cresce per proselitismo. Cresce per attrazione”. Non è in questione la paura di perdere la verità, contro il coraggio di regalarla a tutti. È in questione il fatto che la Verità non è già tutta qui, dentro il nostro schema mentale! E che Gesù ci aspetta nelle periferie non tanto per farsi amare e soccorrere da noi, ma per rivelarci altre parti della sua Verità! Non è in questione la necessità di assumere i linguaggi del mondo, ma di stare davanti a Gesù nell’eucarestia e nelle persone delle periferie per farci “guardare” da Lui, perché in questo noi impariamo i linguaggi che servono oggi. Non è in questione la trasmissione di alcune idee che possiamo tirare fuori dalla Bibbia e dalla tradizione della Chiesa, ma di fare memoria a noi stessi e agli altri delle grandi opere che Dio ha fatto nella nostra vita.

Ma riusciamo davvero a vedere che Lui ne ha fatte?

 Gilberto Borghi  (articolo tratto da www. vinonuovo.it) 


Momenti vicino a Cristo …”vuoi partecipare al cursillo?”

images (8)Oggi, dopo mesi di precursillo e certa della maturazione dei tempi, ho fatto una proposta di partecipazione ai tre giorni di Cursillo. Pur ben intenzionata e già preavvisata delle date l’amica mi risponde con un gentilissimo e umanamente giustificato “vorrei…mi piacerebbe, ma non posso…la famiglia, il lavoro, altri impegni…come faccio”.

Imbarazzata e sconsolata pensando a dove ho sbagliato, torno a casa.

Di consuetudine appena ho il mio attimo di tempo leggo la Parola del giorno.

Stupefatta leggo questo testo….

(Lc 14,15-24)  In quel tempo, uno dei commensali, avendo udito questo, disse a Gesù: «Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!».  Gli rispose: «Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti. All’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: “Venite, è pronto”. Ma tutti, uno dopo l’altro, cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: “Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Mi sono appena sposato e perciò non posso venire”.  Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al suo padrone. Allora il padrone di casa, adirato, disse al servo: “Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi”.  Il servo disse: “Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c’è ancora posto”. Il padrone allora disse al servo: “Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, perché la mia casa si riempia. Perché io vi dico: nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena”».

Oltre ciò, che sarebbe già abbastanza sia per me che…per la mia amica, in calce vi è un trafiletto curioso sul Beato don Giacomo Alberione:  “Il segreto della tanta multiforme attività fu la sua vita interiore e di preghiera. Ogni giorno pregava per almeno cinque ore(…)così sono nate dal Tabernacolo le molteplici opere(…)tutto nasce come da fonte vitale, dal Maestro Divino, così si alimenta, così opera, così si santifica(…)”. 

Così mi torna in mente un’altra Beata dei nostri giorni, Madre Teresa di Calcutta, anche lei in Adorazione per ore ogni mattina prima delle attività, perché fosse pronta agli incontri.

Anche oggi il Signore mi ha parlato, mi ha indicato la via per un corretto e fruttuoso precursillo.

Si ricomincia, per le strade, lungo le siepi, ultreya!


Parlare di Dio – parte 2

don-tonino-bello-profeta-di-paceEducare a sentirsi partners di Dio

Prometeo volle rubare il fuoco agli dèi, e, col fuoco, una scintilla del loro smisurato potere. E ci riuscì. È vero che la pagò cara, perché Giove, una volta accortosi del furto, lo fece incatenare su una roccia del Caucaso. Ma nella fantasia popolare e rimasto come il simbolo della fierezza e dell’audacia. L’eroe glorioso della stirpe umana. Il promotore inquieto delle rivendicazioni terrene, che ha saputo contrastare con successo l’egemonia dei signori del cielo. Prometeo, insomma, è passato nell’immaginario della gente come colui che ha avuto il coraggio di sottrarre agli dèi il segreto di una insopportabile onnipotenza obbligandoli, in un certo senso, a fare i conti con i miseri mortali.

Basterebbe questa leggenda mitologica per misurare l’abissale contrasto che divide la concezione pagana dal messaggio biblico. Anzi, tra le verità più splendide della fede cristiana, non ce n’è una che emerga come questa: il nostro Dio non soffre di gelosia. Non considera l’uomo come suo rivale. Ma come partner che collabora con lui nel cantiere sempre aperto della creazione. Come socio, cioè, dì pari dignità, nella sua cooperativa di lavoro. Non si macera nel timore che l’uomo un giorno o l’altro debba truffargli i brevetti delle sue invenzioni. Ma gli concede i poteri delegati su tutte le ricchezze dell’universo. Non nasconde i suoi segreti nella cassaforte del mistero. Ma li squaderna sotto gli occhi dell’uomo. Perché non ne teme la concorrenza. Anzi, ne sollecita la collaborazione.

 «Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani» (Sal 8,7). Se non sapessimo che è il versetto di un Salmo altamente lirico, ci sembrerebbe la stesura di un verbale di consegna. O forse, meglio, ci parrebbe il passaggio solenne di un rogito notarile con cui si prende ufficialmente atto dell’incoronazione dell’uomo a viceré dell’universo. In realtà con queste parole bibliche veniamo messi a conoscenza, come se ce ne fosse ancora bisogno, dei nostri diritti regali su tutto il creato. La qual cosa non può non accentuare la dimensione strettamente personale del nostro rapporto con Dio.

Educare alla compagnia, più che alla onnipresenza di Dio

Ho provato a pensare se ci possa mai essere qualche angolo del mondo sottratto, per così dire, all’invadenza del nome di Dio. Un posto non toccato dai raggi della sua luce. Un luogo in cui trovare asilo politico dalla persecuzione amorevole del suo sguardo. Un ricettacolo segreto, insomma, munito di franchigia religiosa. Ma non mi è riuscito di trovarne. La gloria del Signore JHWH straripa da tutte le parti. Come fiume in piena raggiunge le sponde più remote. Non ci sono argini che ne fermino il flusso di santità. Non ci sono zolle di terra che non si lascino inumidire dalla sua rugiada. Neppure gli spazi dove si imbastiscono le trame più inique sono impermeabili all’azione di Dio. Neppure i recinti dove si consumano i peccati più neri possono sottrarsi alla sua presenza. Anche i covi più torbidi dove ribolle schiuma del male sono lambiti dall’onda della sua potenza. Il nome di Dio è grande anche lì.

Lì, nei santuari dove la gente si raccoglie in cerca di pace; ma anche oltre la siepe del giardino comunale, disseminato di siringhe. Nelle celle del monastero di clausura impregnate di preghiera; ma anche giù, nei sotterranei della metropoli, dove si sfrenano ogni notte le orge della dissolutezza. Lassù, nell’eremo solitario dove si tocca il silenzio con le mani; ma anche in quell’appartamento dell’ultimo piano del grattacielo, dove si progettano i loschi affari una spregiudicata lobby finanziaria. Nella biblioteca del convento, dove il monaco si sprofonda nella ricerca del mistero di Dio; ma anche nello studio fotografico d’una inafferrabile catena di produzione, dove si allestiscono gli spettacoli licenziosi delle riviste per adulti. Nelle aule delle università teologiche, in cui si racconta la storia della salvezza; ma anche nelle misteriose soffitte degli indovini, dove la gente, tra evocazioni e deliri, abbocca ai filtri della stregoneria. All’interno della cattedrale dove risuonano i canti gregoriani e s’innalzano gli incensi dai turiboli d’argento; ma anche all’interno di quella bisca clandestina, dove tra bestemmie e volute di avana, la vita si impregna dì disperazione. Nel centro di accoglienza della Caritas, dove i volontari fanno i turni di notte; ma anche nei bassifondi di periferia, dove la malavita organizzata celebra le sue liturgie di violenza e di morte…

Vengono in mente i versetti del Salmo: «Se salgo in cielo, là tu sei; se scendo negli inferi, eccoti. Se prendo le ali dell’aurora per abitare all’estremità del mare, anche là mi guida la tua mano e mi afferra la tua destra» (Sal 139,8‑10).

La verità è che Dio solo è il Signore dell’universo, e che la terra non è oggetto di spartizione tra l’impero del bene e l’impero del male. Non ci sono paletti catastali che segnino il limite delle sue proprietà. Non c’è riserva di caccia che gli impedisca di scavalcare il filo spinato della nostra cattiveria. Lui solo è il santo. Penetra l’intimità delle cose. Raggiunge le fibre segrete della materia. Invade il cuore dell’uomo, anche il più determinato a esibirgli il divieto di accesso. Non gli appartengono solo le aree del sacro. Riempie d’olio tutte le lampade della vita. Fa ardere i roghi della storia, accende le fiammelle della cronaca, illumina i crepuscoli delle nostre stagioni spirituali. Tutto è suo. Lo spazio e il tempo. Sì, anche il tempo. Perché la grandezza del suo nome non si commisura sull’arco del martirologio romano, ma si estende di generazione in generazione. Anzi raggiunge i tempi in cui non c’erano neppure generazioni, ma c’era solo il caos, il grande sbadiglio, che egli ha deciso di trasformare in cosmo, la grande bellezza, riflesso della sua gloria.

«O Signore, nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra!» (Sal 8, 1). Su tutta la terra. Anche su quella porzione di storia e di geografia che attualmente soffre i travagli del parto, ma che un giorno lascerà la zona d’ombra per entrare nella luce meridiana. Ecco perché la nostra voce deve fare esplodere l’osanna a Dio, non solo nell’alto, ma anche nel basso dei cieli.

Educare soprattutto alla trascendenza

Ma il pericolo esiste. E non è neppure dei più irrilevanti. Quello, cioè, di fare di Dio una specie di superlativo assoluto di tutte le connotazioni positive che si riscontrano nel­le creature.

Un fiore è bello? Dio è bellissimo. Un uomo è buono? Dio è ottimo. Un maestro è saggio? Una madre ama appassionatamente il frutto del suo grembo? Dio supera e il maestro e la madre: egli è, per dirla con Dante, «somma sapienza e primo amore».

Con questo procedimento rischioso, anche se gli facciamo occupare la prima posizione nelle graduatorie dei valori universali, non rendiamo a Dio un buon servizio. Perché tutto sommato, lo confiniamo all’interno del nostro mondo. Lo circoscriviamo nei nostri moduli. Mentre gli si offre, quasi per buona educazione, la piazza d’onore, in ultima analisi lo riduciamo ai nostri schemi. Lo si riconosce come testa di serie di tutte le classifiche della terrena bontà, ma poi gli si impedisce di sfondare il tetto e di entrare, per così dire, in un altro girone. E chi sa che, sotto questa assolutizzazione «controllata», non si nasconda il desiderio, se non proprio di insidiargli il primo posto, almeno di imporgli un certo rispetto!

Sì, il pericolo esiste. Perché così riduciamo Dio a semplice fenomeno intramondano, perfetto quanto si vuole, ma spogliato di ciò che gli appartiene come tipicamente suo: la trascendenza.

Trascendenza è una parola un po’ difficile, ma vuol significare che Dio è totalmente altro dalle nostre povere, sia pur nobili, cose di quaggiù.

Viene in mente la battuta di quel missionario il quale mentre parlava ai negretti seduti sotto un albero della foresta, essendogli capitato di usare nel discorso la parola computer, si sentì chiedere da un bambino che cosa fosse i computer. E lui, imbarazzato, gli rispose mostrandogli la matita che aveva in mano: «Te lo spiego subito: vedi questa matita? Il computer è tutta un’altra cosa!». Appunto, Dio è tutta un’altra cosa.

Non possiamo rivestirlo sul modello dei nostri abiti, si pure di stoffa pregiata, dandogli magari la taglia più alta Non è comprimibile sotto l’arco del nostro cielo. Dobbiamo ripeterlo chiaro: «Sopra i cieli s’innalza la sua magnificenza». Solo così saremo afferrati dalla imprevedibilità di Dio. Solo così capiremo le sue inedite trovate. Solo così ci sedurranno le sue sorprese, e ci accorgeremo che sono vera­mente inesauribili le risorse della sua novità.

Diversamente, correremo il rischio di proiettare in Dio le nostre mediocrità. La sua eccellenza la scambieremo per strapotere. Lo renderemo complice di ogni progetto mal riuscito. E perfino l’effetto speranza, su cui poggia tutto l’annuncio cristiano, si ridurrebbe alla semplice amplificazione delle nostre attese che, per quanto dilatate, finirebbero col deluderci.

«Sopra i cieli s’innalza la tua magnificenza». Sopra i cieli. Non sotto. Un Dio che sta sotto i cieli, anche se tanto alto da toccarli con un dito, è un Dio lontanissimo: forse anche un po’ responsabile delle nostre frustrazioni e dei nostri insuccessi. È un Dio rivale, insomma, quasi un antagonista con cui misurarsi. E un primo della classe col quale fare i conti, rimediando inesorabilmente complessi di inferiorità e amarissime sensazioni di colpa.

Un Dio, invece, la cui magnificenza s’innalza sopra i cieli ci è molto più vicino. Perché scombina le nostre misure, ma senza indispettirci. Perché gioca con noi, ma senza divertirsi a nostre spese. Perché provoca desideri struggenti della patria lontana, ma senza crearci tristezze. Perché è sempre in agguato, ma senza irridere alla nostra libertà. Perché ci tende mille trappole di tenerezza, ma non si stanca dei nostri rifiuti. Perché ci tiene alle risposte d’amore, ma è sempre pronto a perdonare il nostro peccato.

Solo un Dio che sta sopra i cieli può diventarci coinquilino. Perché solo lui sa scavare negli abissi delle nostre nostalgie, e ci fa capire che «egli ci ha fatti per lui, e che il nostro cuore è inquieto finché non riposa in lui». «Sopra i cieli s’innalza la sua magnificenza». Sotto i cieli s’incurva solo la nostra povertà. Ma s’incurva a tal punto, da diventare il ricettacolo della sua misericordia.

Tonino Bello


Parlare di Dio – parte 1

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Accompagnati dalle parole di Tonino Bello, scopriamo come parlare di Dio

Che oggi sia difficile parlare di Dio, lo dicono in genere tutti gli studiosi di scienze umane. I quali, da tempo, puntellano questa loro convinzione esplicitando i molteplici fenomeni legati alla galassia della secolarizzazione, ben visibile del resto anche a occhio nudo. Che poi, oltre che difficile, il discorso su Dio sia diventato oggi anche molto tribolato, lo dicono tutti gli educatori pastorali. Per i quali l’antico vocabolario che serviva a dare i nomi alle orme della presenza divina è da tempo entrato in disuso.

Un fatto è certo: gli articolati sillogismi dei manuali, impressionanti per rigore scientifico e per lucidità filosofica, ti muoiono sulle labbra ogni volta che devi tentare un approccio che non voglia rimanere sospeso sulle trame della sterile accademia. Le solide costruzioni del pensiero, in cima alle quali, gradino dopo gradino, la ragione consolidava un tempo l’immagine di Dio, rischiano di ruzzolare alla prima argomentazione di segno contrario. Le stesse trionfanti conclusioni, a cui talvolta è dato di giungere senza che si siano frapposti ostacoli dialettici, non scaldano più che tanto gli interlocutori.

Rispondere alla ricerca dell’uomo oltre le mode culturali

 Il parlare di Dio, insomma, è diventato sempre più problematico, sia per il cambio del vocabolario, sia per le interferenze che ne disturbano la comunicazione, sia perché il mondo, soddisfatto da idoli più appaganti sul piano della fruizione immediata, se non proprio non ne avverte il bisogno, lo relega per lo meno nell’area dell’insignificanza.

Eppure, Dio è nascosto nel cuore di tutti, se non come presenza, almeno come nostalgia. «O Signore, noi siamo stati fatti per te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te». Così affermava Agostino. E la liturgia, facendogli eco, geme nelle gramaglie del Venerdì santo: «O Dio, tu hai messo nel cuore degli uomini una così profonda nostalgia di te, che solo quando ti trovano hanno pace! … ».

Si tratta, allora, per un educatore di fare leva su questa nostalgia che l’uomo si porta incorporata. Non sul fallimento delle ideologie, o sulla catastrofe del pensiero, o sulla caduta delle mode culturali. Sarebbe ben triste che l’idea di Dio dovesse prender corpo alimentandosi delle macerie degli idoli.

E allora, per educare al senso personale di Dio e all’accoglimento del suo mistero, pur essendoci tanti sentieri diversificati, ‑ forse ce n’è uno personale e irripetibile per ciascuno di noi, ‑ possiamo indicare alcune linee privilegiate su cui oggi far leva.

Educare allo stupore

Qualcuno ha scritto che la meraviglia è la base dell’adorazione. È proprio vero. Anzi, l’empietà più grande non è tanto la bestemmia o il sacrilegio, la profanazione di un tempio o la dissacrazione di un calice, ma la mancanza di stupore. Oggi c’è crisi di estasi. È in calo il fattore sorpresa. Non ci si esalta per nulla. C’è in giro un insopportabile ristagno di déja vu: di cose già viste, di esperienze già fatte, di sensazioni sottoposte a ripetuti collaudi. Siamo appiattiti dagli standard, omologati da prigionieri della ripetizione modulare. Sarà colpa della cibernetica o di chi sa quale altro accidente, ma è certo che la fantasia agonizza. Sopravvive, per fortuna, solo nei bambi­ni.  Occorrerebbe riutilizzare il Salmo, nel quale si densifica il rapimento estatico di chi contempla la gloria di Dio, C «si squaderna», come direbbe Dante, per tutto l’universo.

«O Signore, nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra» (Sal 8,1).

Se avessimo, appunto, gli occhi dei bambini, dovremmo essere capaci di leggere questa scritta su tutta la curva del cielo, da oriente a occidente. Con i caratteri incisi dai fulmini nei giorni di tempesta, con bianchissimi cirri nei meriggi d’inverno, con nubi di fuoco nelle notti di primavera.

Incoraggiare l’attitudine allo stupore. Non disdegnare come cedimento alla serietà organica del pensiero il tentativo di indicare nella bellezza la strada privilegiata attraverso cui Dio si rivela. Il mare in tempesta o il firmamento nelle notti d’agosto, il colore dei fiori che spuntano sui crepacci o l’incantesimo delle vette innevate, lo struggimento degli alberi che si torcono nella bufera o lo splendore degli occhi di una donna, non hanno smesso di proclamare su tutta la grandezza della terra il nome di Dio. Senza stupore è difficile l’incontro con Dio. Senza rapimenti estatici è impossibile parlargli. Al massimo, con Dio ci potrà essere rapporto mercantile, basato sulle contrattazioni della domanda e dell’offerta: soprattutto nei momenti della paura o dello smacco. Ma non incontro personale, né abbandono di fiducia, e tanto meno, ebbrezza d’amore.

Educare a darsi del tu

Non ti dimenticherò mai… Ho scritto il tuo nome sulla palma della mia mano”(cfr. Is 49,15‑16). Sapere che, questa frase di Isaia, Dio la ripete a te, a me, a tutti, fin da quando siamo stati concepiti nel grembo materno, non può non alzare la soglia del rapporto personale con lui. Lui che, come dice il profeta Baruc, «chiama le stelle per nome, ed esse gli rispondono ‘eccomi ‘ brillando di gioia!» (cfr. Ba 3,34‑35). Lui che non deposita negli archivi i nostri volti, ma li sottrae all’usura delle stagioni illuminandoli con la luce dei suoi occhi. Lui che non seppellisce I nostri nomi nel parco delle rimembranze, ma li evoca a uno a uno dalla massa indistinta delle nebulose e, pronunciandoli, con la passione struggente dell’innamorato, li incide sulle rocce dei colli eterni…

È fortemente educativo far capire che Dio, pur chiamando tutti per nome, non è, però, un mastodontico computer. Non è il grande magazziniere dei nostri nomi. E neppure l’archivista supremo che per ogni uomo allestisce un dossier riservato. Non è l’infallibile memorizzatore di fatti e misfatti, che poi, nel giorno del giudizio, egli userà come prove di merito o come capi d’imputazione nei nostri con­fronti. Sarebbe veramente banale ridurre Dio al ruolo di controllore dei nostri sgarri, o al rango di banchiere dei nostri titoli di credito. Un Dio siffatto, che vesta l’abito del funzionario compiaciuto o che indossi la divisa del gendarme, è quanto di più allucinante si possa pensare. Occorre, invece, trasmettere il messaggio che ognuno di noi gli sta a cuore. Che si prende cura di ciascuno. Singolarmente. Non all’ingrosso. Che nel vocabolario di Dio non esistono nomi collettivi. Che le persone, lui non le ama in serie. Che se per la civiltà informatica Gigi, uscito dal manicomio, è niente più che un soffio elettronico da immagazzinare nei dischi rigidi dei servizi sociali del comune, per il Signore rimane sempre un principe dell’universo. Che i massacri operati dalle violenze umane trovano sugli occhi di Dio lacrime per ognuno, e non pianti globali. Che nelle fosse comuni delle vittime della guerra, egli si aggira in ricerca di sembianze inconfondibili su cui lasciare l’impronta di una carezza, e non per collocare piastrine di riconoscimento col numero di matricola. Che l’uccisione di un uomo prima ancora che nasca gli distrugge tra le mani capolavoro irripetibile, a cui stava per dare l’ultimo tocco. Che l’incupirsi per fame di una sola creatura del Sahel gli  dà più angoscia che l’oscurarsi di Sirio o l’affievolirsi delle Pleiadi. E che per i lividi sul volto di Maria, percossa marito ubriaco, si turba più di una madre per la febbre del  suo unigenito. (fine parte 1 di 2)


EUCARISTIA

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(EUCARISTIA E) SPIRITUALITA’ EUCARISTICA

Suggerisco che prima di leggere il testo che segue, si preghi perché la meditazione che propongo possa essere di ispirazione per la vita.

“Ti ringraziamo, Padre Santo, del grande dono dell’Eucaristia, realtà  che ci definisce come seguaci di Cristo e  ci rende capaci di vivere e di agire come tali.

Dacci la grazia di capire il significato profondo dell’Eucaristia e di fare nostro, innanzi tutto, il suo aspetto di sacrificio perché, nella nostra vita di ogni giorno, esso diventi martirio del cuore, offerta della nostra esistenza  a Te, in comunione con il Cristo, per la tua gloria e per la salvezza del mondo.

Dacci anche la grazia di comprendere  il suo  significato di banchetto; il significato di  Gesù che viene a noi e ci nutre non soltanto per il nostro beneficio,  ma anche e allo stesso tempo, per renderci capaci di essere di nutrimento agli altri: come  pane vivo offerto a Te e da Te benedetto,  spezzato e distribuito per nutrire le persone che metti sul nostro cammino.

Ti glorifichiamo, Padre, e ti rendiamo grazie. Fa che tutta la nostra esistenza, per intercessione della Madonna e di tutti i santi, possa diventare sempre più un inno di lode a Te, e sia tutta spesa per la costruzione del tuo Regno; e che, mentre nel mondo il male fa tanto fracasso, la nostra esistenza crei musica in stereo, musica che ispira, che dà riposo e che dà vita. Amen!”

Il testo di questa preghiera che ho voluto condividere, esprime la sintesi di tutta la dottrina riguardante la realtà eucaristica così come la sento; come un dono privilegiato dell’Amore Misericordioso del Padre che dona Cristo Salvatore e la potenza del suo Spirito a tutta l’umanità.

Considerando tutto ciò che la Sacra Scrittura, la Tradizione e il Magistero ci dicono a riguardo della Eucarestia, possiamo affermare senza dubbio che, nella vita della Chiesa, dire Eucaristia significa dire tutto.

Nella prima lettera ai Corinzi, c’è un passo che descrive in modo vivace e succinto l’istituzione dell’ Eucaristica:

‘Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso. Il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane, e dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse ‘Questo è il mio corpo che è per voi; fate questo in memoria di me’. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese il calice dicendo: ‘Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue; fate questo ogni volta che ne bevete in memoria di me’. Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunciate la morte del Signore finché egli venga’.(I Cor 11,23-26)

Tutto ciò che noi siamo e tutto ciò che noi diventiamo come pure tutta la nostra attività per la costruzione del Regno, tutto ha la sua radice nell’Eucaristia, in ciò che noi facciamo in memoria del Signore; inoltre  tutto tende ad essa.

Ecco allora che possiamo capire e apprezzare l’espressione del Vat. II : ‘L’Eucaristia è la sorgente e allo stesso tempo l’apice di tutta la vita e di tutta l’azione della Chiesa’.

Dalla Celebrazione Eucaristica a cui solo si accenna in questa meditazione, deriva la Spiritualità Eucaristica che non è una tra le tante spiritualità cristiane, ma è la spiritualità base di tutte le altre spiritualità. E’ la spiritualità che ci indica la strada privilegiata per un’esistenza autenticamente cristiana.

Ecco le caratteristiche della Spiritualità Eucaristica così come la sento.

E’ innanzitutto una spiritualità di contemplazione.

Vivere la vita come seguaci di Cristo non è questione di ragionamenti, di valutazioni umane, di sforzi, di programmi, di ideologie;  è questione di contemplazione del Cristo Gesù che nella Celebrazione Eucaristica si offre a noi.

E’ attraverso il  dono di sé che Egli ci fa capire il senso della vita cristiana e ci rende capaci di vivere come suoi seguaci; è attraverso il dono di sé che riceviamo  la grazia di rendere nostri i suoi valori, i suoi atteggiamenti, le sue motivazioni. Diventiamo così ‘Persone Cristificate’: contemplativi in azione per cui Cristo è il Compagno di viaggio.

I due aspetti che dominano nella Celebrazione Eucaristica – quello del Sacrificio e quello del Banchetto – diventano nella nostra vita martirio del cuore, cioè tutta l’esistenza offerta giorno dopo giorno per la gloria di Dio e la salvezza di tutti, e bisogno di essere di nutrimento agli altri, mediante ciò che si è, si dice e si fa.

La seconda caratteristica della spiritualità eucaristica: è una spiritualità di presenza.

Durante la Celebrazione Eucaristica il Padre opera un grande miracolo d’amore grazie al quale il pane e il vino diventano il Corpo e il Sangue di Cristo;  così Egli si rende presente al di là di ogni aspettativa umana.

La Spiritualità Eucaristica proclama questo messaggio: ‘Come Gesù si fa presente a voi nella Celebrazione Eucaristica, così voi siete chiamati a renderlo presente nel mondo, condividendo l’esperienza che fate di Lui’.

Chi celebra l’Eucarestia in modo vero, diventa sacramento di Cristo, testimone del suo amore nel mondo; diventa ostensorio vivo di Cristo, lettera viva inviata dal Padre all’umanità. Importante ciò che leggiamo in Mt. 5,13-16: ‘Voi siete il sale della terra, voi siete la luce del mondo…Risplenda così la vostra luce davanti agli uomini, affinchè, vedndo le vostre opere, glorifichino il Padre vostro che è nei cieli’.

Nell’Evangelii Nunziandi, Paolo VI ha un’espressione che poi è stata ripresa diverse volte: ‘Il  mondo oggi non crede ai maestri, ma crede ai testimoni, e, se crede ai maestri, è perché sono anche testimoni’. Testimoni di Cristo e del suo amore!

A tale riguardo, la mia esperienza di vita sacerdotale e di missione, mi ha portato  a credere e a dire spesso che ai nostri fratelli e alle nostre sorelle, se non diamo Cristo,  diamo poco o addirittura niente.

La terza caratteristica della spiritualità eucaristica: è una spiritualità di trasformazione.

Nella Celebrazione Eucaristica, pane e vino vengono trasformati nel  Corpo e nel  Sangue di Cristo e  anche la  comunità cristiana viene trasformata. Così, dopo ogni Celebrazione Eucaristica noi non siamo più le persone che eravamo prima, o meglio c’è in noi una nuova ricchezza di trasformazione intima operata dallo Spirito di Dio.

La Spiritualità Eucaristica allora ci fa capire che la vita cristiana non è una vita passiva, ma è una vita di dinamismo, una vita in cui noi siamo chiamati a crescere; e crescere implica trasformazione.

Ecco allora la preghiera che mi è tanto cara perché semplice, efficace e sfidante:

‘Signore, mi affido a te; prendimi come sono e trasformami, fammi come tu vuoi! Prendici tutti come siamo e trasformaci secondo il tuo piano; facci come tu vuoi!’

Ricordiamo naturalmente che la trasformazione che lo Spirito opera in noi, non riguarda prima di tutto il nostro comportamento, ma il nostro intimo. Se noi non cambiamo dentro, il cambiamento del nostro modo di agire non può essere duraturo.

La quarta caratteristica della Spiritualità Eucaristicaè una spiritualità di tensione.

Non tensione nervosa che può portare solo all’esaurimento e non alla santità! Parliamo di  tensione dello Spirito che è sempre temperata da speranza.

Ancora una volta, consideriamo ciò che avviene nella Celebrazione Eucaristica. In essa troviamo tanti paradossi: ‘Il Signore è venuto nella storia, il Signore si fa presente adesso, il Signore verrà!… ‘Non tutto è compiuto…, siamo sempre in cammino…’ Aspettiamo con ferma e gioiosa speranza il ritorno del nostro Salvatore Gesù Cristo’

Ecco allora che la Celebrazione Eucaristica ci proietta nel futuro, crea dentro di noi la tensione dello Spirito e ci rende pronti ad accogliere il Signore che verrà nella gloria.

La Spiritualità Eucaristica ci fa capire che vivere l’Eucaristica significa dire un grande no al pessimismo, per dire un grande sì all’ottimismo; l’ottimismo della fede, cioè l’ottimismo che si basa non tanto su quello che noi possiamo compiere, ma prima di tutto su ciò che il Signore  può fare e di fatto fa per noi.

Lui ha una potenza infinita ed è il Dio delle sorprese. Vivere la Spiritualità Eucaristica vuol dire lasciare che Dio ci sorprenda con le sue meraviglie; vuol dire crescere nella speranza anche perché essa è una delle più belle testimonianze che possiamo dare al mondo d’oggi!

La quinta caratteristica della Spiritualità Eucaristica: è una spiritualità comunitaria.

La Celebrazione Eucaristica è essenzialmente una celebrazione comunitaria e la Spiritualità Eucaristica ci fa capire nel profondo del cuore che nessuna persona può essere un’isola. Nell’isolamento si muore; è soltanto nella comunione che si celebra la vita mentre si cammina insieme sostenendoci gli uni gli altri e condividendo i doni che abbiamo ricevuto dal Signore, piccoli o grandi che siano.

Spesso sento dire da persone buone:’Ma padre, cosa ho io da dare? La mia risposta è questa: ‘Nessuno è così povero da non avere niente da dare. E poi c’è da ricordare che niente è piccolo quando è grande il cuore che dona.

La sesta caratteristica della Spiritualità Eucaristica: è una spiritualità di ringraziamento.

La parola stessa Eucarestia vuol dire ringraziamento e la Spiritualità Eucaristica ci porta a vivere con un atteggiamento continuo di lode. Essa ci fa ricordare che la gratitudine è il cuore della vita e il cuore della preghiera in un mondo dove tanti doni di Dio, tante cose meravigliosamente belle vengono prese per scontate.

Nel Magnificat di Maria abbiamo un esempio di proclamazione vivace di lode e di ringraziamento a Dio che è così ricco in generosità:

Cito un passo da: Pane Quotidiano, Le letture di ogni giorno con le meditazioni di don Oreste Benzi, Maggio e Giugno 2013, pag 149:

“Maria nel Magnificat legge se stessa nel Signore e perciò prova dentro di sé una gioia inesprimibile. Si vede in lui e sente di essere una proiezione del suo amore. E’ bellissimo questo leggersi nel Signore.

‘L’anima mia magnifica il Signore’. Cosa vuol dire? Io vedo la realtà intima in Dio; essa emerge dentro di me e io rimango affascinata e colpita. La mia anima rende grande il mio Dio perché la sua realtà appare a me e vado di luce in luce! Egli ha lasciato la sua luce anche in un filo d’erba e alla sua luce contemplo lui, vedo la luce che lui ha lasciato in tutte le cose’. Ivi è perfetta letizia! La vita è una beatitudine continua! Il regalo più bello che il Signore ci fa è che immergendoci in lui, il nostro mistero si svela, si rivela: ‘alla tua luce Signore, vediamo la luce:’ Immergiamoci nella preghiera, nella contemplazione, come Maria, contemplativa di Dio!”

Questa è gratitudine!

La settima caratteristica della Spiritualità Eucaristica: essa genera e  fa sentire il bisogno dell’adorazione eucaristica.

Con spirito di fede e gratitudine a Dio, abbiamo affermato che durante la Celebrazione Eucaristica, Cristo diventa presente grazie a un grande miracolo di amore operato dal Padre: mediante l’effusione  dello Spirito Santo, il pane e il vino diventano il corpo e il sangue di Cristo Gesù.

Anche dopo la celebrazione, Egli rimane presente nel SS Sacramento che è veramente l’Emmanuele, ‘Dio con noi’.

La Spiritualità Eucaristica porta all’adorazione per attingere da Gesù Eucarestia l’energia del suo Amore ed esprimere gratitudine per le meraviglie che continua a operare per noi e per l’umanità tutta.

Bellissimo lo spirito di adorazione del Curato d’Ars e il frutto di grazia ricevuto: ‘Io guardo Lui, Lui guarda me e siamo ambedue contenti’.

Fonte d’ispirazione grande per noi è senz’altro l’affermazione di tante persone che si distinguono per il loro zelo apostolico e che affermano con convinzione: ‘Senza tanto tempo speso in adorazione, la nostra energia interiore si spegnerebbe e la nostra azione diventerebbe sterile’.

Che il Signore ci dia la grazia di diventare ‘Persone Cristificate’ e quindi creative perché persone eucaristiche!

Benedico tutti di cuore,

P. Giovanni Taneburgo – Missionario Comboniano


Intervista a Eduardo Bonnin – 6° ed ultima parte

Intervista a:  EDUARDO BONNIN  fondatore di Cursillos de Cristiandad   (6° ed ultima parte)

18. Infine, che riflesso ha il suo carisma all’interno del mondo moderno? 

Sebbene non sia evidente, non voglio dubitare delle buone intenzioni di coloro che hanno sempre cercato di sfruttare la generosità personale dei nuovi convertiti, orientandola, non verso il mondo dove vivono e dove si trovano, ma verso gli impegni intraecclesiali; dall’insegnare il catechismo al far visita alla terza età, c’è tutto un ventaglio di attività che necessitano di persone generose; cosa c’è di meglio, allora che ricorrere ai cursillisti? Questo fa sì che trovino soddisfazione in quello che fanno, si sentano appagati, arrivati e così la dinamica della loro conversione, che dovrebbe essere continua, si ripiega su se stessa, soddisfatta del bene realizzato.

Sarebbe invece molto diverso e più efficace, ne siamo convinti, se il cursillista fosse orientato verso il mondo, verso il suo mondo, verso l’ambiente dove vive, per viverlo da cristiano con naturalezza, spontaneità e gioia.

Invece è stato fatto quasi sempre il contrario: il cursillista è stato impegnato nella Caritas, nella catechesi, nel coro parrocchiale, ecc. Tutto questo porta, con una certa quasi disperante regolarità, all’alternativa seguente: se è molto lesto non è molto santo, se è molto santo e dice di si a tutti, può dire addio alla moglie, ai figli, ai compagni di lavoro e agli amici, perché non avrà più molto tempo per loro. Forse, così diventerà molto santo ma, a mio modesto avviso, non come ne hanno bisogno il mondo e la Chiesa oggi.

Stando così le cose, quelli che erano nel mondo della cultura, della politica, dell’economia e della stessa vita sociale, sono stati sradicati da dove Dio li aveva piantati e trapiantati in un luogo pio. Quando a qualcuno di loro viene in mente qualcosa, dal momento che hanno le loro idee e la propria personalità, gli viene detto di pregare; non voglio pensare che questo venga detto perché chi prega non disturba o perché a un prete fanno più comodo venti persone obbedienti che uno che ha le proprie idee con spessore cristiano ed evangelico, in grado di essere, vivendo personalmente in grazia, luce, sale e fermento tra i suoi compagni di professione e i suoi amici, influendo in maniera efficace nel proprio ambiente.

Non posso fare a meno di pensare che se la cultura, la politica, l’economia e la vita sociale, non possono contare su persone che siano davvero cristiane con convinzione, decisione e costanza, non si va molto lontani. Questo non vuol dire che l’unica via per riuscirci siano i cursillos, ma è anche vero che dove sono stati usati secondo le loro finalità, è stato raggiunto lo scopo che fin dall’inizio ci ha attirato e ci attira ancora; lo diciamo con un’espressione di un certo padre Beda Bernegger: “Se il cristianesimo è capace di dimostrare all’esterno che può unire in uno stesso spirito di famiglia persone di diverse classi sociali, il professore e l’artigiano, l’impiegato pubblico e il bracciante, la donna d’affari e la casalinga, la forza stessa della cosa diventerà un impulso irresistibile e si trasformerà nel più perfetto strumento di apostolato”. 

19. In che rapporti è con chi non ha fede, o chi appartiene a un’altra religione o a un’ altra confessione cristiana? 

Ottimi, migliori che con i cristiani di sempre che si credono – voglio supporre in buona fede – ormai arrivati e sono convinti che le pratiche religiose siano una meta e non un mezzo per poter arrivare. Che stentano a credere che un cristiano debba convertirsi un po’ ogni giorno. Che tutto ciò che riguarda Dio si capisce meglio sapendo credere che credendo di sapere.

Una cosa di cui non ringrazio mai abbastanza Dio, e certamente uno dei regali più belli che mi ha fatto, è l’essere stato invitato ripetutamente dai nostri fratelli protestanti degli Stati Uniti. Fratelli separati, che chiamerei fratelli desiderati.

Mi hanno invitato più volte, e ho sempre accettato, perché spiegassi loro cosa è e cosa vuole il nostro Movimento dei Cursillos. Ogni volta c’è stata una calda e fruttuosa convivenza che ha fatto del bene a tutti. Ho potuto parlare in piena libertà, notando una grande differenza dalle riunioni ad «alto livello» dell’OMCC, dove non ci hanno mai ascoltato e dove vengono impartite norme secondo una linea diversa da quella che abbiamo sempre voluto e che continuiamo a volere noi fondatori.

20. Quali sono le sfide della Chiesa di oggi? 

Molte volte mi sono chiesto di cosa ha più bisogno il mondo di oggi: se di alcune persone di Chiesa o di una Chiesa di persone. Ma di persone che siano davvero tali, uomini e donne capaci di convinzione, di decisione, di costanza.

Ci fu un tempo in cui sembrava di dover usare le cose umane per proteggere quelle divine.

Oggi constatiamo che solo le realtà divine, fatte vita nelle persone che le accettano con convinzione e le realizzano con decisione e costanza, possono dare il criterio giusto perché le scoperte scientifiche e tecniche abbiano lo spessore umano necessario per contribuire a un vero progresso, in cui tutti gli uomini si sentano fratelli.

Credo sinceramente che l’unica istituzione che abbia tutti i requisiti necessari per poter essere un’autostrada sicura, chiara e solida verso il futuro sia la Chiesa cattolica, purché sia sempre rivolta verso le persone del mondo, più che verso il mondo delle persone e non voglia essere ed esistere solo per se stessa.

21. Secondo lei la Chiesa è pronta ad affrontare il futuro? 

Poiché il diavolo non va in vacanza nemmeno a Natale ed è sempre in agguato come “leone ruggente”, i cristiani non possono dormire.

A mio modesto avviso, i pericoli sono sempre stati gli stessi, quelli prodotti dall’assenza di Dio nell’intelligenza e nel cuore degli uomini. Di fronte a qualsiasi avvenimento negativo dei molti che si verificano oggi, ieri e sempre, e che hanno la stessa causa se ci pensiamo bene, non resta che arrivare alla conclusione a cui arrivarono le sorelle di Lazzaro quando Cristo andò a casa loro dopo la morte del fratello: “Se tu fossi stato qui, nostro fratello non sarebbe morto”.

Ho sempre pensato che quando, per la debolezza degli uomini, la Chiesa non è stata umana, non è stata cristiana. E quando il cristiano non è umano, non è nemmeno cristiano.

Credo che il cristiano ci sia – occupi un posto nel tempo – quando le onde del mare del mondo si infrangono contro frangiflutti di una convinzione cristiana. L’importante è che l’uomo che vive nel mondo, in quella porzione di mondo dove l’ha posto Dio, possa constatare l’attrattiva formidabile che esercita e si manifesta quando si realizza la meravigliosa convergenza dell’umano con il cristiano e del cristiano con l’umano. Gli avvenimenti negativi, possono diventare buoni nel cuore dell’uomo.

Da figlio della Chiesa, voglio seguire in tutto e per tutto gli orientamenti dati dal Papa per il terzo millennio.

Ottenere che persone diverse si incontrino con se stesse, con se stessi, con Cristo e con i fratelli è certamente un grande modo per prepararci tutti meglio e poter seguire con più convinzione e maggior entusiasmo gli insegnamenti della Chiesa.


Intervista a Eduardo Bonnin – 5° parte

Intervista a:  EDUARDO BONNIN  fondatore di Cursillos de Cristiandad   (5° parte)

13. Normalmente si pensa che il Vangelo sia qualcosa per specialisti. Il suo carisma per chi è?
Perché laici e consacrati lo vivono insieme?

Scopo del Movimento dei Cursillos è stato, fin dall’inizio, di far giungere la Buona Notizia del Vangelo a tutti gli uomini e le donne del mondo, senza distinzione. Il carisma dei Cursillos de Cristiandad è per tutti; nel nostro linguaggio interno siamo soliti dire che, se vanno le persone che chiamiamo «locomotrici», allora possono andare anche i «vagoni». Dove e quando il carisma dei cursillos è stato sentito dai sacerdoti e dai laici, si è sempre avuta una unione feconda per gli uni e per gli altri. La preoccupazione viva e assillante che tutti i chiamati ai cursillos possano conoscere e vivere in grazia di Dio, alimenta l’amicizia sincera e fa scomparire molti pregiudizi e malintesi.

La cosa più singolare dei cursillos è che sono seguiti da persone di ogni tipo e che in essi viene spiegato solo l’essenziale, ciò che chiamiamo «il cristianesimo fondamentale».

Restando sempre concreti e cercando di puntare sulla singolarità, l’originalità e la creatività personale e concreta di ognuno.

Operando affinché la persona, quando si rende conto del bene e del male che può ottenere scoprendo ed esercitando la propria libertà, non si trovi sola, ma con lo Spinto di Dio.

Precisando e spiegando la via della stima che il denaro svaluta e prostituisce.

Valorizzando ciò che vale al cambio che non cambia mai, cioè quello che si valorizza in base ai valori del vangelo.

Comunicando a più persone possibili la buona notizia che Dio ci ama, espressa con il mezzo migliore, l’amicizia, rivolta al meglio di ciascuno, la sua singolarità personale, la sua capacità di convinzione, di decisione e di costanza. Sapendo che il triplice incontro che si fa durante il Cursillo, con se stessi, con Cristo e coli i fratelli, si sta trasformando in amicizia, amicizia con se stessi, con Cristo e con i fratelli.

Questo, con la fedeltà alla grazia, ci offre un criterio cristiano che rende più facile e sicuro un orientamento preciso, ci offre la chiarezza necessaria e lo stimolo costante per risolvere qualsiasi problema alla luce di Dio.

Allora a poco a poco si capisce che Cristo è venuto nel mondo per procurarci la vera felicità, semplificandoci il cammino e dandoci i mezzi necessari. E sperimentiamo che, con Cristo interiorizzato, vissuto attraverso la grazia, possiamo stare male e sentirci bene. Siamo chiamati a rendere trasparente la tenerezza di Dio.

14. Come giudica, oggi, il suo rapporto con Dio? 

Il mio rapporto con Dio si manifesta nei miei rapporti di sincera e profonda amicizia con gente emarginata, soprattutto prigionieri, drogati, alcolisti; non mi è mai capitato di insegnare loro niente, ma cerco di approfittare di ciò che posso imparare. Molti di loro sono maestri nella virtù di saper aspettare, altri hanno saputo perdonare offese inimmaginabili, altri sperano contro ogni speranza e molti, anche con il cuore sanguinante, danno la precedenza alla possibilità di procurare gioia agli altri, cercando di addolcire un po’ la loro vita amara.

Credo che questo contatto, che ho cercato di realizzare con tatto, senza paternalismi, ma con fraterna e amichevole vicinanza, mi abbia avvicinato molto a Dio, alla preghiera, ai sacramenti, al rapporto vivo con Lui, nella sua Chiesa.

15. Come le viene incontro Dio nel suo cammino? 

Oggi, come ieri e come sempre, vedo, o meglio, sperimento il rapporto con Dio attraverso il dono che mi fa di poter vivere nella sua grazia, che cerco di rendere cosciente e ravvivare con la preghiera e la frequenza ai sacramenti.

Mi è sempre sembrato strano e difficile da capire che si debbano cercare motivazioni attuali di tempo e persino di luogo, per spingere le persone all’amore di Cristo.

Sinceramente credo che se si desse la precedenza alla motivazione suprema, se cioè le persone arrivassero a captare la meravigliosa realtà dell’amore che Dio ha per loro e se tutto fosse realizzato in questa linea, approfondendo, studiando ed esplicitando mezzi, si otterrebbe da ciascuno molto di più ed ogni cristiano, invece di incrementare il «religioso» attorno a se, otterrebbe la cristianizzazione dei cuori e delle menti di molte persone.

Mi ha sempre incuriosito l’idea di usare animatori per muovere le comunità cristiane. Credo che se queste energie fossero usate perché ciascuno possa incontrare se stesso e scoprire le proprie qualità, gli si semplificherebbe il cammino per imparare a ringraziare per esse e sarebbe in condizioni di accettare perfino con ottimismo i propri limiti.

Questo è il modo migliore perché ogni persona possa, in base alla risposta che dà alla suprema verità dell’amore di Dio per lei in Cristo, avere e disporre di un criterio cristiano con cui discernere qualsiasi avvenimento alla luce del vangelo.

Di amare si ha certezza, di essere amati sia ha fede. Chi ama dubita di tutto, chi si sente amato non dubita di niente.

Quando una persona sperimenta questa realtà e la fede di essere amata da Dio in Cristo diventa il motore, l’orientamento e la meta del suo vivere, allora capisce che essere cristiano non è solo sapere che un giorno dovremo rendere conto, ma che è vivere rendendosi conto di vivere e questo la spinge a rendere grazie a Dio. Se affrontiamo la vita con questo atteggiamento, allora ci rendiamo conto che la vita è bella, che la gente è importante e che vale la pena vivere. 

16. Allora è indispensabile appoggiarsi al vangelo… 

Per me il vangelo è sempre orientamento sicuro, luce chiarificatrice e stimolo costante in tutte le situazioni della vita. Il mio scopo di sempre è poter recitare il Padre nostro ogni giorno con verità.

17. Cosa vuol dire evangelizzare, oggi? 

Secondo me significa quello che significava ieri e che significherà domani. Il vangelo non cambia, siamo noi che dobbiamo cambiare. Il vangelo è sempre nuovo e ci rinnova. Cambiano invece i mezzi. Vedo che la difficoltà di oggi è che l’uomo stima più l’immediato che il vero, ma questo succede perché nel mondo tutto è disposto perché l’uomo non pensi, non possa disporre di tempo per pensare, per poterlo manipolare e proporgli qualsiasi cosa, purché non si eserciti ad essere uomo.

Per evangelizzare quest’uomo, allora, non basta parlargli del vangelo, ma bisogna metterlo nelle condizioni di poter captare il messaggio di Cristo perché in mezzo al suo vivere complicato, possa scoprire che il vangelo è orientamento sicuro per usare la sua libertà ed essere più felice, luce per trovare l’equilibrio necessario perché nel suo intimo ci sia pace e stimolo costante per interpretare i fatti che gli accadono, buoni o cattivi, alla luce della fede.