Cursillos di Cristianità

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RdG, la gioia nell’amicizia

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Ho avuto la possibilità e la gioia di partecipare al Cursillo de Cursillos a Palma di Mallorca, e vorrei parlare di un rollo che ha colpito molto me e credo tanti di noi, e di quanto nella mia vita risuoni vero il suo contenuto.

Il rollo è quello della Riunione di Gruppo, il rollista era Juan Aumatell. Juan è una persona stupenda, un uomo molto carismatico che noi italiani ci saremmo portati via in valigia molto volentieri.

Io ho avuto la fortuna di lavorare e condividere nel gruppo operativo con lui che è  riuscito a trasmetterci, anzi infervorato con tutta la sua passione, il significato e l’essenza della RdG.

Mi hanno colpito in particolare due aspetti:

1. La RdG esiste perché io e te siamo amici. E grazie a questa amicizia diventiamo sempre di più noi stessi, in quanto la libertà data da un’amicizia sempre più profonda, con l’amico e con Cristo, aiuta a riscoprire noi stessi. Più l’amicizia si approfondisce, più riscopriamo noi stessi.

2. Come scegliere gli amici della RdG? Il metodo è semplice e simpatico, basta porsi due domande:

. Faresti una vacanza, un viaggio con lei/lui?

. Apriresti un’impresa con lui/lei?

Finito il mio primo cursillo sentivo il bisogno della RdG. Non ne avevo una, per farla andavo in ultreya quando potevo. Un giorno mi è piovuta dal cielo Gabri, la nostra amicizia è cominciata al Santo (Santuario di S.Antonio), nemmeno un anno fa.

Ci siamo scelte a vicenda. Per me è stata più una sensazione a pelle, però posso dire che da subito mi ha colpito la sua calma, il fatto che fosse vicina d’età e che fosse davvero una bella persona già a prima vista. Alla fine però la proposta di iniziare una RdG insieme l’ha fatta lei.

È sorprendente il fatto che abbiamo già dei ricordi come delle vecchie amiche, entrambe sappiamo cose del nostro passato e io sono già diventata “zia”!! Il 24 Febbraio scorso ho ricevuto una telefonata al mattino presto da Gabri, cosa molto strana perché lei di solito non chiama prima delle 11.00. Con voce stanca mi disse che era nato Salvador, che lei era appena rimasta sola e che aspettava il piccolo per vederlo bene. La mia reazione al telefono fu quella di un pesce rosso, come disse mia madre, ma la mia gioia vi assicuro era grande! Appena mi arrivò la foto, beata tecnologia, la feci vedere a tutti: a mia madre, a mio padre, a mia sorella, a Marco, agli amici dell’ultreya…

Vi lascio immaginare la gioia quando ho incontrare e abbracciato lei e Salvador la sera stessa!

Ci stiamo scoprendo e riscoprendo a vicenda (punto 1 del rollo donato da Juan)

Per concludere. Gabri ha viaggiato molto quindi quale migliore compagna di viaggio?!

Per l’impresa…. beh, lasciamo stare siamo entrambe pigre, falliremmo subito.

Ad ogni modo è come un si, perché siamo d’accordo sul “non aprirla”.

De Colores, Sara


Modificare gli ambienti, la legalità

padre-figlio2Il vocabolario del terzo millennio è ricco di storpiature, neologismi, prestiti linguistici, parole abusate nel linguaggio quotidiano e, proprio per questo, ritenute legittime. La democrazia della parola, verrebbe da dire. Ci sono anche parole, tuttavia, vecchie come il mondo, apparentemente stabili e fisse nella loro validità. Parole nobili, importanti, persino austere. Pur sempre parole, però. La parola costituisce una mediazione tra il proprio pensiero e il mondo: con la parola, simbolo linguistico, esprimo dei concetti che, a loro volta, esprimono la mia visione del mondo. Quella visione che voglio far conoscere ad altri o che voglio cristallizzare nella mia mente.

È importante educare alla legalità. Chi pronuncia questa frase esprime un pensiero, che nella parola “legalità” dovrebbe trovare la sua manifestazione più esplicita. Non è sempre così, ed è per questo che il simbolo linguistico è per sua natura precario e schiavo del pensiero. Abusare di una parola significa, in primis, privarla di contenuto, banalizzarla, ridurla a mera successione di lettere, eliminarla dalla Storia. Abusare di una parola significa utilizzarla per fini diversi da quelli che il simbolo linguistico, collocato nel tempo e in una precisa dimensione sociale, porta con sé.

La parola “legalità”, specialmente negli ultimi anni, è stata privata di contenuto. Se ne parla ovunque: libri, programmi tv, aule scolastiche; ogni anno le scuole italiane organizzano incontri e seminari sulla legalità, con l’ausilio delle forze dell’ordine; sbarcano le navi della legalità; si protesta, si lotta, ci si infiamma in onore e in difesa della legalità. Cosa sia la legalità, però, non è dato sapere. O quantomeno non tutti lo sanno.

La legalità non corrisponde alla storia personale di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Don Pino Puglisi. Queste sono “storie” di legalità, storie di persone che hanno compreso il significato profondo di quel simbolo linguistico e lo hanno tradotto in vita vissuta e spesa bene, benissimo. La legalità anticipa le storie dei grandi eroi di sempre, di coloro che hanno versato sangue o comunque lottato in nome di un ideale. La legalità è proprio quell’ideale. Dalla Chiesa, Livatino, Pippo Fava… possono suggerirci il significato di legalità, possono aiutarci a trasformare un valore positivo in concreto impegno, ma non sono loro la “legalità”.

La legalità, intanto, si insegna a casa. Le mura domestiche sono il primo luogo in cui la coscienza dei giovani si forma, si plasma, si esprime. Se i genitori omettono di insegnare sin da subito ai propri figli il rispetto dell’autorità, sia essa in quel momento la maestra o la catechista, la babysitter o la domestica, non potranno più rimediare al proprio fallimento umano citando il Pm Di Matteo o Peppino Impastato. Potranno riempirsi la bocca con l’impegno civile, il diritto, le istituzioni etc, ma non potranno mai rimediare (se non con impegno costante e con un radicale cambiamento delle proprie abitudini) al danno causato ai propri figli quel giorno in cui hanno accusato la professoressa di non aver capito niente, quel giorno in cui hanno suggerito di rispondere alla violenza con la violenza, quel giorno in cui hanno permesso ai propri figli di vedere porcherie pseudo-mafiose in tv, quel giorno in cui hanno falsificato le certificazioni dell’Università per pagare meno tasse, quel giorno in cui si sono dimenticati di educare.

L’educazione dei figli, ma anche la correzione reciproca tra amici, fratelli, parenti, non deve finire mai. Non termina affatto con la maggiore età. Anzi, forse comincia proprio allora, quando i figli escono di casa per studiare, lavorare, perdere tempo, e si scontrano con la vita vera. Quando prenotano i propri posti in prima fila nelle aule universitarie, prendendo a morsi (letteralmente) chi osi anche solo avvicinarsi, quando scavalcano chiunque (anche se stessi) pur di ottenere un riconoscimento, un premio, una promozione. Quando rispondono male, con presunzione e falsa erudizione, a chi ha il dovere di educarli.

Cari genitori, non chiudete gli occhi davanti ai vostri figli. Non trasmettete loro i falsi e fuorvianti ideali della legge del taglione. Non insegnate loro a sopravvivere in un mondo difficile, fatto di serpi e bestie feroci. Spiegategli, invece, che il mondo non è una giungla, e che solo l’amore e la dedizione nei confronti delle persone più vicine e dell’intera società può aiutarci a cambiare. Può aiutarci a scoprire la vera legalità.

“Educare (davvero) alla legalità”  di Fabrizio Margiotta


Altre voci, per lo studio dell’ambiente

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Oggi proponiamo la lettura di un articolo tratto dal sito : http://www.cogitoetvolo.it 

Il giovane autore, Giuliano Guzzo, elabora una riflessione provocatoria dal titolo Piccola guida del “politicamente corretto” , interessante angolatura per il nostro “studio dell’ambiente”.

Benvenuti nell’epoca del lessico zuccheroso, del detto ma soprattutto del non detto, della velatura preventiva verso ogni espressione che odori anche solo lontanamente – orrore – di verità. Benvenuti, insomma, nell’epoca del politicamente corretto, delle menti obbedienti a leggi non scritte ma osservate, ahinoi, da quasi tutti. Leggi accomunate dal paradigma onnicomprensivo dell’opportunità, per il quale non esistono più il buono o il cattivo, ma solo ciò che è conveniente e ciò che non lo è. Accade così che alcune parole – ritenute inopportune a priori, per quel che dicono e quel che sottendono – subiscano una censura progressiva fino ad essere, ormai, pressoché definitiva. Quali sono queste parole? L’elenco sarebbe lungo, ma è importante tenerne a mente almeno una decina, il salvagente più affidabile per fare sempre – sia che si stia discutendo con un collega, un amico o col vicino di casa – la figura della persona perbene e al passo coi tempi. E’ altresì fondamentale capire come queste parole siano, di fatto, la sostituzione di altre ritenute superate, o addirittura pericolose.

Da Dio a io
La prima parola è io, da sostituire il più possibile alla parola Dio: conviene non parlare troppo e meglio ancora non parlare mai – raccomanda il bon ton politically correct – di Dio, mentre è sempre opportuno parlare di sé, dei propri desideri e sogni: dal teocentrismo all’egocentrismo, sempre e comunque. E se proprio si vuole parlare di Dio, è opportuno farlo specificando che si tratta del “mio” Dio, in quanto frutto della mia immaginazione o comunque, anche se reale, subordinato alla mia esistenza e non io alla Sua. Nell’epoca delle parole sussurrate, Dio è dannatamente ingombrante, impegnativo, ben oltre i limiti della buona educazione. La musica cambia, invece, quando si parla di sé. E’ cioè sempre bello confrontarsi su cosa si intenda realizzare nella propria vita, mentre è sconsigliabile fare altrettanto sul dopo, tanto più se questo implica l’ipotesi di essere sottoposti ad un qualche giudizio divino. Tesi inconcepibile, per il politically correct.

Da doveri a diritti
E’ poi bene, se si vuole apparire impegnati, soffermarsi il più possibile, e alla prima occasione, sul tema dei diritti tralasciando il più possibile quello dei doveri: esiste il diritto a fare questo, ad ottenere quello, ma nessun dovere sul quale valga la pena riflettere: bene la conquista di nuovi diritti, male la salvaguardia di antichi doveri. Ne consegue che se un tempo i figli venivano cresciuti con i genitori intenti a trasmettere loro anzitutto il senso del dovere, oggi è importante che tutti sappiano che non solo – come pare sacrosanto – ciascuno ha dei diritti, ma ognuno è titolato ad inventarsene sempre di nuovi. Guai, invece, a ricordare che vi sarebbero tutta una serie di doveri: se lo si fa, si cessa immediatamente di essere persone stimate e ci si sente ricordare, qualunque cosa questa espressione significhi, “che siamo nel 2013”.

Dal giudizio all’opinione
E vediamo ora un passaggio chiave dei nostri giorni: l’abolizione del giudizio, di ogni giudizio, in favore dell’opinione. Nulla e nessuno è giudicabile. Non si può infatti giudicare nessuna azione in quanto sempre determinata, insegna il politicamente corretto, da cause esterne se non perfino accidentali. Non si può giudicare il furto (se uno ruba, è colpa di chi lo ha messo in condizioni di dover rubare), non si può giudicare il divorzio (se fra due l’amore finisce, non è colpa di nessuno), non si può giudicare l’aborto (se una donna non vuole tenere suo figlio, è libera di farlo e guai a chi fiata), non si può giudicare più quasi nulla. Nemmeno se si precisa che il giudizio è sull’azione prima che sulla persona: nulla da fare. Al massimo, se proprio si desidera intervenire, è doveroso precisare che s’intende esprimere “solo un’opinione”.

Dalla tradizione al cambiamento
Altro passaggio fondamentale è quello che impone di soffermarsi sempre, a priori, sul cambiamento in antitesi a tutto ciò che sia, anche lontanamente, riconducibile alla tradizione. Nella mentalità dominante il cambiamento viene difatti percepito quasi sempre come positivo – è buono cambiare partner, bello cambiare città, giusto cambiare aria, utile cambiare amici, possibile cambiare sesso – mentre la tradizione evoca immediatamente scenari polverosi, cupi, funerei o, bene che vada, meccanici e rituali. Per questo, se ci tenete rimanere al passo coi tempi, parlate sempre di cosa intendete cambiare e poco, pochissimo, di ciò che avete ereditato (si tratti di valori, di insegnamenti o di oggetti non fa differenza) da chi vi ha preceduto e siete intenzionati a conservare.

Dalla patria al mondo
Se col processo di globalizzazione la patria di ciascuno è diventata – o sta diventando – il mondo, grazie al nostro politically correct ci resta solo più il mondo senza più patria: da cittadini locali ad apolidi globali. E per chi osasse evocare l’importanza di avere – e magari pure di difendere – una patria, si solleva subito, quando va bene, l’accusa di essere un nostalgico del fascismo che non comprende il già citato ed entusiasmante cambiamento; come se la terra dei padri fosse invenzione mussoliniana o comunque di provenienza esclusiva di una certa fazione politica. Conseguenza rilevante di questa impostazione culturale è – insieme a quella di “cittadino” – l’estinzione del concetto di “straniero”, il cui impiego attira l’immediato sospetto di essere adepti di Mario Borghezio.

Dal progetto ai viaggi
Senza patria e con la necessità di cambiare (non vorrai forse restare indietro!), l’uomo contemporaneo si trova evidentemente impossibilitato a predisporre, per la propria vita, qualsivoglia progetto, mentre è incentivato a imbarcarsi continuamente in nuovi viaggi. Che siano viaggi turistici, viaggi studio, viaggi di lavoro o viaggi nei paradisi artificiali delle droghe, alla fine, conta relativamente: l’imperativo è viaggiare. A prescindere. Non viaggi? Non sai cosa ti perdi, è l’ammonimento che il politically correct lancia verso chiunque osi ricordare che la vita, prima che sulla trasferta esotica, si basa su un progetto; non sull’aeroporto più vicino ma su un orizzonte più ampio; sulle fondamenta di una casa e non sulla stanza di un albergo sempre occasionale e diverso dal precedente.

Dall’Amore al feeling
Diretto effetto di una concezione effimera della propria terra e della propria vita è, in salsa politicamente corretta, un forte ridimensionamento anche dell’Amore, parola – come “Dio” – troppo impegnativa da utilizzare e dunque da vivere. Nel tempo del cambiamento e dei viaggi continui com’è infatti possibile soffermarsi sul quello che, fra tutti, è il progetto per eccellenza nonché quello che fonde l’io col “noi”? E’ impossibile. Per questo, il politicamente corretto, nel costruire delle relazioni, ci suggerisce di dare più importanza al feeling, ossia alle sensazioni e al benessere, che diventano così i soli metri di valutazione. Viceversa, chi tentasse di vivere o addirittura di parlare con altri dell’Amore passerebbe come minimo per tardivo esemplare di figlio dei fiori. Non conviene.

Dalla famiglia alle coppia
L’opportunità di non parlare o di non interrogarsi troppo dell’Amore privilegiando il feeling, è seguita da quella di mettere il più possibile in secondo piano la famiglia in favore della coppia. Si tratta di un’eclissi – anche in questo caso – terminologica e culturale insieme: “farsi una famiglia” è difatti soppiantata, come espressione, dalla più agile “essere in coppia”. Questo principalmente per ragioni di maggiore inclusione: la famiglia definisce l’unione di un marito, una moglie ed eventuali figli, mentre sotto l’etichetta della “coppia” può essere ricompresa, all’insegna della citata legge del feeling, qualsiasi forma di unione: uomo e donna, uomo e uomo, donna e donna, uomo e bambino – come si augurano i sostenitori della legalizzazione della pedofilia – e via di questo passo. Ulteriore superamento della famiglia è poi l’impego del termine, decisamente rassicurante e politicamente corretto, di “famiglie”.

Dal sesso al genere
Diretta conseguenza del sentirsi continuamente in viaggio e quindi in mutamento, è la necessità di sostituire la categoria del sesso, notoriamente binaria e definitiva, con quella ben più varia e provvisoria del “genere”. Detta sostituzione si sta verificando anche grazie all’alleanza fra la teoria del gender – che in chiave materialista sostiene la derivazione di ogni umana natura dalla cultura (uomini e donne non si nasce, ma si diventa) – e il nostro politically correct, che provvede a neutralizzare qualsivoglia forma di obiezione alla cultura gender attraverso la sempre efficace accusa di fondamentalismo religioso. Come se il fatto di essere maschio o femmina fosse artefatto confessionale e non, come invece è, un dato di realtà come tale verificabile da chiunque osi discutere i dettami della cultura dominante.

Dalla verità alla libertà
Ultimo e fondamentale concetto da tenere a mente per diventare affidabili esponenti del politicamente corretto e, dunque, persone di un certo livello, è quello che concerne la rimozione della verità in favore della libertà. Già accennato nell’avvicendamento dal giudizio all’opinione, questo aspetto configura l’atteggiamento che un buon seguace del politically correct non dovrebbe mai perdere di vista, ossia quello di mettere sempre in discussione l’idea di verità generale e di non discutere mai quella di libertà individuale; più che un criterio o di una sostituzione terminologica simile alle precedenti, siamo qui in presenza di un dogma. Perché nel tempo del politicamente corretto, anche grazie alle grandi possibilità comunicative, ciascuno è libero di dire qualsiasi cosa. Purché non pretenda di avere ragione o di affermare che la libertà di ognuno, anche nei confronti di se stesso, debba essere limitata. Sarebbe davvero qualcosa di politicamente scorrettissimo.

Giuliano Guzzo


Leggendo altrove … certa infanzia

imagesI diritti dell’infanzia nella società dei consumi  –  Bambini costretti a travestirsi da adulti

L’infanzia sta subendo nei Paesi occidentali un terribile attacco psicologico e sociale, che ormai possiamo descrivere come una nuova forma di violenza: al bambino non è più permesso di comportarsi da bambino.

Il riconoscimento dei diritti dei bambini è minacciato in tante parti del mondo: stando ai dati dell’Organizzazione mondiale della sanità, esistono ancora troppi Paesi dove i minori sono sfruttati dagli adulti privandoli del diritto al gioco, a un ambiente adeguato, all’istruzione, e per questo è bene celebrare la Giornata internazionale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza  che cade il 20 novembre. Ma l’attacco ai bambini ha anche caratteristiche che riguardano da vicino l’occidente. L’infanzia è una fascia della vita che il mondo occidentale scarta, che sente come non sua, a meno che non venga integrata nell’unico pensiero dominante oggi consentito: quello della capacità di essere funzionali a un sistema che vede gli individui non più come persone, ma come consumatori.

Mafalda, la celebre protagonista dei fumetti dell’argentino Quino, in una celebre striscia diceva sconsolata agli amichetti: «Triste scoperta, ragazzi: siamo facoltativi!» ed era un presagio del malessere dei bambini che ormai sentono di arrivare sulla scena del mondo in modo non gratuito, ma funzionale agli interessi dei grandi. Infatti, oggi il bambino semplicemente non è previsto nella società, a meno che non venga relegato nel ruolo di ciliegina sulla torta, oppure a meno che non si integri nella parte del consumatore; non si atteggi insomma, invece che a bambino, a giovane: l’unico modello di vita oggi ammesso.

Chi non sa “fare il giovane”, infatti, non viene accettato, e si assiste a una corsa dei vecchi al ringiovanimento per non sembrare tali e dei bambini all’invecchiamento — grazie a tacchi alti, rossetto, alcolici — già a dodici anni. E soprattutto il bambino non deve fare il bambino, cioè non deve essere imprevedibile e scavezzacollo, come sarebbe normale. Molto meglio fargli vivere un mondo multimediale pieno di pubblicità e inviti a spendere, che ben supera le due ore tra televisione e computer poste come limite massimo dall’American Academy of Pediatrics; trasformandolo così in un microconsumatore che ha la tv in cameretta, che non gioca ma “fa sport”, che non va a spasso ma “alle feste”.  Che non è nemmeno più padrone in casa sua, dove non deve toccare niente. Le case sono infatti a misura dei grandi pressati da pubblicità invasive che, per vendere disinfettanti, fanno vedere minacce di microbi in ogni angolo. I bambini  —  e i pediatri se ne rendono ben conto  — non sono nemmeno più “signori” delle strade e delle piazze, dove un tempo la facevano da padroni, e addirittura hanno perso la capacità di spostamento (quante obesità infantili oggi proliferano anche per questo). Oggi si muovono solo se li accompagna un grande; neanche da scuola possono più uscire da soli per andare a casa col permesso dei genitori, tanta è la paura per i moderni mostri del traffico sfrecciante e della pedofilia. Mostri, beninteso, orribili, ma che non sarebbero  prolificati  se contemporaneamente non fosse fiorita l’indifferenza sociale. Un tempo il bambino era un po’ di tutti, e se qualcuno lo disturbava nel quartiere o se correva qualche pericolo, subito c’era un’altra mamma o un amico del babbo che interveniva. Oggi invece vige l’indifferenza — una caricatura della libertà — e con questa scusa si lasciano agire le persone più turpi e si lascia crescere una città certo non a misura di bambino. E in un mondo giovanile sazio ma abbandonato, alla ricerca di omologazione, si assiste a fenomeni che la cronaca tristemente riporta: bullismo e prostituzione di minorenni.

Celebrare l’infanzia significa celebrare la sana avventatezza che sa confrontarsi con l’imprevisto. Invece ciò che è imprevisto è rigettato oggi dalla cultura occidentale. Lo testimonia un dibattito avvenuto su un’importante rivista filosofica internazionale, il «Journal of Medical Ethics», sul  quale un filosofo è arrivato a porsi questa domanda: «Fare figli è solo irrazionale o anche immorale?». La spiegazione è la seguente: chiunque al mondo prima o poi soffre, dunque si deve pensare che qualunque figlio prima o poi soffre; e siccome provocare la sofferenza è male, fare figli è immorale. È un’affermazione che fa venire i brividi, ma che non rappresenta un’opinione tanto innovativa come a qualcuno potrebbe sembrare. Il  dibattito sulla rivista vedeva infatti altri filosofi discettare sull’irrazionalità o sull’immoralità del fare figli, senza che nessuno che si sia spinto a suggerire che mettere al mondo dei figli è semplicemente bello o naturale.

Non senza motivo la Chiesa ci invita a celebrare il Natale, festa che riporta all’attenzione del mondo la figura infantile, celebrando un bambino che è Dio pur essendo bambino: un segnale del rispetto dovuto a ogni età della vita, senza alcuna esclusione. In nessun momento, dal concepimento alla vecchiaia estrema,  l’esistenza umana deve essere considerato uno scarto o fingere di non essere se stessa per essere accettata.

 Carlo Bellieni
articolo tratto da “L’Osservatore Romano” – 20 novembre 2013


L’ascolto

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Testimonianza sull’ascolto.

Di fronte a questo titolo, ho pensato subito agli amici, soprattutto quelli di vecchia data e a quante volte ci siamo trovati a parlare dei nostri problemi e delle nostre difficoltà.

In queste situazioni più volte è capitato di sentirmi dire: “sei stato un grande, sei proprio un buon ascoltatore e consigliere…” e così io mi sono sempre considerato molto bravo.

Poi ho pensato alla mia famiglia e ai miei genitori e mi sono ricordato che con mia madre facevamo molta fatica a capirci, c’erano tante discussioni fra noi due… e solo ora che ci rifletto, con una gran tristezza nel mio cuore, capisco che non ci siamo mai ascoltati, purtroppo ognuno difendeva con tutte le sue forze le proprie idee, senza ascoltare le ragioni dell’altro.

Poi ho pensato al rapporto di coppia con mia moglie e ho capito che a volte, anche noi facciamo fatica ad ascoltarci, sia tra di noi due che quando parliamo con i nostri figli. Così un giorno con mia moglie ci siamo chiesti: come mai noi che siamo sempre stati attenti e disponibili ad ascoltare… i nostri figli a volte fanno tanta fatica a parlare con noi e a raccontarci i loro problemi…?

E parlando di figli, vorrei condividere con voi, questa esperienza con mio figlio maggiore Simone di 21 anni…

Proprio perché io mi consideravo bravo ad ascoltare, spesso mi capitava di capire le cose subito, durante il racconto di una persona, e quindi mi facevo già una idea chiara della situazione…

Un giorno, mentre parlavamo insieme, mio figlio mi disse: “Papà, non avere fretta di arrivare alle conclusioni… Tu ti sei già fatto la tua idea… ma non hai ancora capito la mia…!”

e così…, capii che vedevo le cose solo dal mio punto di vista… Quando invece, dovevo cercare di capire lui…, il come lui stava vivendo quella determinata situazione.

E mi sono accorto poi, che avrei dovuto chiedergli di aiutarmi a capire, di aiutarmi a vedere le cose dal suo punto di vista; perché solo così avrei potuto comprendere le sue ragioni…

E mi sono detto…: forse un buon ascoltatore è un esploratore di mondi diversi…, una persona capace di entrare nel mondo di un adolescente, di un ammalato, di un anziano, di una persona sola… o di una persona che vive nella paura, nell’angoscia e con un gran senso di vuoto, lontana da Dio…

Mio figlio mi disse: “Quando ti racconto qualcosa, prima che io finisca…, già mi stai dicendo che quello che dico non va bene…, e comincia subito la tua predica e i tuoi consigli… È proprio per questo papà che io non ho voglia di parlare con te, perché Non mi Sento Ascoltato…”

Io rispondo: Ma caro figlio mio, io voglio aiutarti, cerco di consigliarti al meglio per il tuo bene…

“Papà io non ti ho chiesto un consiglio, nè ho chiesto se era giusto o sbagliato, io volevo soltanto che mi ascoltassi per farti capire come mi sento”.

Ho chiuso i miei occhi colmi di lacrime e mi sono detto:

“Dio mio, quante volte ho sbagliato …!  e quante volte sono stato sordo …!”

Invece di ascoltare e cercare di comprendere l’altro ho sempre giudicato (dicendo subito, è giusto o sbagliato) e ho sempre cercato di dare consigli, spiegando agli altri…, il come si doveva fare…! Soltanto ora capisco che sono sempre stato più attento a difendere la mia posizione e le mie idee piuttosto che saper ascoltare e accoglierne altre.

Ho sempre creduto che ascoltare fosse una cosa semplice, pensavo che bastasse solo la buona volontà. Ora invece, penso che proprio, per la sua grande importanza, non si può più improvvisare, ma bisogna essere ben preparati: “non solo ad ascoltare, ma far si che l’altro si senta ascoltato… e non solo a vedere il suo punto di vista, ma imparare a comprenderlo e ad accettarlo …” 

Oggi mio figlio studia medicina a Milano,  un anno e mezzo fa mi disse:

“Se vogliamo fare bene una cosa., bisogna essere ben preparati…!!!, per diventare medico bisogna studiare sei anni, più altri 3/5 per la specializzazione, e per diventare un professionista nella relazione d’aiuto, cioè -uno specialista dell’ascolto-, bisogna studiare tre anni… Papà, come vedi c’è una scuola per ogni cosa, peccato che non ci sia una dove ti insegnano ad essere felice…!”

E da quel momento ho deciso di fare due cose:

  • la prima, ho pregato molto…, “Dio mio aiutami ad essere pronto…, pronto ad accogliere le persone…, e pronto ad accoglierle con le loro diversità…, insegnami a riconoscere i miei pregiudizi e a non giudicare…, perché solo così imparerò ad ascoltare”
  • la seconda, ho iniziato a studiare nella scuola triennale di Counseling…, “perche ora, non voglio più improvvisare, ma voglio imparare per davvero ad essere un bravo ascoltatore…”

Per concludere, volevo dirvi che oggi, oltre a sforzarmi ad imparare ad ascoltare, sto anche imparando a ringraziare…; Ho scoperto, che facendo un po’ di attenzione…!, ogni giorno trovo dei validi motivi per ringraziare Dio e tutte le persone che incontro nel mio cammino.

Ringrazio mia madre che nonostante non ci siamo mai ascoltati so per certo che ha dato se stessa per allevare al meglio i suoi 5 figli…, ringrazio mia moglie e miei figli, semplicemente perché loro sono la mia vita…, mi hanno sostenuto sempre e soprattutto nei momenti più difficili.

Ringrazio anche Vittorio di Padova…, che ho conosciuto nell’ultimo incontro territoriale…, perché parlando insieme a lui, da quel momento ho iniziato ad essere più accorto nel vedere la presenza di Cristo nella quotidianità…; Non ero abituato a vederlo nei piccoli gesti: “nello sguardo di un passante, in una carezza di una persona cara, nella parola di un vicino o in quella di mio figlio…!!!”, proprio come nel racconto che vi ho fatto prima…, Cristo mi ha parlato attraverso di mio figlio!!!

e infine, ringrazio tutti voi compagni del movimento, che mi ascoltate con attenzione, so bene che posso contare sempre sul vostro sostegno.

De colores …

Fernando Torres


A PROPOSITO DI GIOVANI

 da un’estratto dal libro “Dalla testa ai piedi” di Tonino Bello

I piedi di Giovanni

Carissimi,

è proprio un arrampicarsi sugli specchi voler trovare nei singoli beneficiari della lavanda dei piedi operata da Gesù, la sera del giovedì santo, altrettanti simboli delle diverse condizioni umane sulle quali egli, per impegnarci in un servizio preferenziale di amore, ha inteso richiamare la nostra attenzione?

Ed è proprio fuori posto vedere in Giovanni l’emblema di quel mondo ad alto rischio che si chiama gioventù, e che oggi, nonostante il grande parlare che se ne fa e nonostante il timore non sempre reverenziale che esso incute, tarda ancora a divenire il referente privilegiato della nostra diaconia ecclesiale?

Ed è proprio una forzatura concludere che il Maestro, piegato sui piedi di Giovanni, il più giovane della compagnia, è l’icona splendida di ciò che dovrebbe essere la Chiesa, invitata dal quel gesto a considerare i giovani come “ultimi”, non tanto perché ai gradini più bassi della scala cronologica della vita, quanto perché ai livelli più insignificanti nelle graduatorie di coloro che contano?

Penso proprio di no.

Anzi, se qualcuno, fuorviato dal chiasso che fanno, dovesse giudicare demagogica l’affermazione che i giovani oggi non hanno voce, mostra di aver frainteso il senso delle tenerezze espresse da Gesù verso quel mondo che ha sempre fatto fatica a farsi ascoltare.

La figlia di Giairo, il servo del centurione, l’unigenito della vedova di Nain, il giovane ricco, il figliol prodigo… sono indice di uno sbilanciamento del Signore nei confronti di coloro che, pur essendo oggetto di invidia struggente, hanno da sempre accusato un deficit pesantissimo in fatto di accoglienza.

Ma torniamo ai piedi di Giovanni.

Come motivo iconografico, ma anche come suggestione omiletica, non hanno avuto molto fortuna.

E dire che la mattina di Pasqua, nella corsa verso il sepolcro, si sono dimostrati di gran lunga più veloci di quelli di Pietro, aggiudicandosi, a un palmo della tomba vuota, la prima edizione del trofeo “fede, speranza e carità”.

Ma al di là dello scatto irresistibile del giovane sull’affanno impacciato del vecchio, quei piedi non sono entrati nell’immaginario della gente.

La spiegazione è semplice: la testa del discepolo ricurva sul petto del Maestro ha distratto l’attenzione dal capo del Maestro chino sui piedi del discepolo.

È una riprova ulteriore di come, anche nella Chiesa, le lusinghe emotive della teatralità prevaricano spesso sulla crudezza del servizio terra terra.

Che cosa voglio dire? Che noi ci affanniamo, sì, a organizzare convegni per i giovani, facciamo la vivisezione dei loro problemi su interminabili tavole rotonde, li frastorniamo con l’abbaglio del meeting, li mettiamo anche al centro dei programmi pastorali, ma poi resta il sospetto che, sia pure a fin di bene, più che servili, ci si voglia servire di loro.

Perché diciamocelo con franchezza, i giovani rappresentano sempre un buon investimento. Perché sono la misura della nostra capacità di aggregazione e il fiore all’occhiello del nostro ascendente sociale. Perché se sul piano economico il loro favore rende in termini di denaro, sul piano religioso il loro consenso paga in termini di immagine. Perché, se comunque, è sempre redditizia la politica di accompagnarsi con chi, pur senza soldi in tasca, dispone di infinite risorse spendibili sui mercati generali della vita.

Servire i giovani, invece, è tutt’altra cosa.

Significa considerarli poveri con cui giocare in perdita, non potenziali ricchi da blandire furbescamente in anticipo.

Significa ascoltarli. Deporre i panneggi del nostro insopportabile paternalismo.

Cingersi l’asciugatoio della discrezione per andare all’essenziale.

Far tintinnare nel catino le lacrime della condivisione, e non quelle del disappunto per le nostre sicurezze predicatorie messe in crisi. Asciugare i loro piedi, non come fossero la pròtesi dei nostri, ma accettando con fiducia che percorrano altri sentieri, imprevedibili, e comunque non tracciati da noi.

Significa far credito sul futuro, senza garanzie e senza avalli. Scommettere sull’inedito di un Dio che non invecchia. Rinunciare alla pretesa di contenerne la fantasia. Camminare in novità di vita verso quei cieli nuovi e quelle terre nuove a cui si sono sempre diretti i piedi di Giovanni, l’apostolo dagli occhi di aquila, che è morto ultracentenario senza essersi stancato di credere nell’amore.

Servire i giovani significa entrare con essi nell’orto degli ulivi, senza addormentarsi sulla loro solitudine, ma ascoltandone il respiro faticoso e sorvegliandone il sudore di sangue.

Significa seguire, sia pur da lontano, la loro via crucis e intuire, come il Cireneo ha fatto con Gesù, che anche quella dei giovani, abbracciata insieme, è una croce che salva.

Significa, soprattutto, essere certi che dopo i giorni dell’amarezza c’è un’alba di risurrezione pure per loro.

E c’è anche una pentecoste. La quale farà un rogo di tutte le scorie di peccato che invecchiano il mondo e attraverso la schiena della terra adolescente con un brivido di speranza, saremo capaci di essere una chiesa così serva dei giovani, da investire tutto sulla fragilità dei sogni?