Cursillos di Cristianità

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Parlare di Dio – parte 2

don-tonino-bello-profeta-di-paceEducare a sentirsi partners di Dio

Prometeo volle rubare il fuoco agli dèi, e, col fuoco, una scintilla del loro smisurato potere. E ci riuscì. È vero che la pagò cara, perché Giove, una volta accortosi del furto, lo fece incatenare su una roccia del Caucaso. Ma nella fantasia popolare e rimasto come il simbolo della fierezza e dell’audacia. L’eroe glorioso della stirpe umana. Il promotore inquieto delle rivendicazioni terrene, che ha saputo contrastare con successo l’egemonia dei signori del cielo. Prometeo, insomma, è passato nell’immaginario della gente come colui che ha avuto il coraggio di sottrarre agli dèi il segreto di una insopportabile onnipotenza obbligandoli, in un certo senso, a fare i conti con i miseri mortali.

Basterebbe questa leggenda mitologica per misurare l’abissale contrasto che divide la concezione pagana dal messaggio biblico. Anzi, tra le verità più splendide della fede cristiana, non ce n’è una che emerga come questa: il nostro Dio non soffre di gelosia. Non considera l’uomo come suo rivale. Ma come partner che collabora con lui nel cantiere sempre aperto della creazione. Come socio, cioè, dì pari dignità, nella sua cooperativa di lavoro. Non si macera nel timore che l’uomo un giorno o l’altro debba truffargli i brevetti delle sue invenzioni. Ma gli concede i poteri delegati su tutte le ricchezze dell’universo. Non nasconde i suoi segreti nella cassaforte del mistero. Ma li squaderna sotto gli occhi dell’uomo. Perché non ne teme la concorrenza. Anzi, ne sollecita la collaborazione.

 «Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani» (Sal 8,7). Se non sapessimo che è il versetto di un Salmo altamente lirico, ci sembrerebbe la stesura di un verbale di consegna. O forse, meglio, ci parrebbe il passaggio solenne di un rogito notarile con cui si prende ufficialmente atto dell’incoronazione dell’uomo a viceré dell’universo. In realtà con queste parole bibliche veniamo messi a conoscenza, come se ce ne fosse ancora bisogno, dei nostri diritti regali su tutto il creato. La qual cosa non può non accentuare la dimensione strettamente personale del nostro rapporto con Dio.

Educare alla compagnia, più che alla onnipresenza di Dio

Ho provato a pensare se ci possa mai essere qualche angolo del mondo sottratto, per così dire, all’invadenza del nome di Dio. Un posto non toccato dai raggi della sua luce. Un luogo in cui trovare asilo politico dalla persecuzione amorevole del suo sguardo. Un ricettacolo segreto, insomma, munito di franchigia religiosa. Ma non mi è riuscito di trovarne. La gloria del Signore JHWH straripa da tutte le parti. Come fiume in piena raggiunge le sponde più remote. Non ci sono argini che ne fermino il flusso di santità. Non ci sono zolle di terra che non si lascino inumidire dalla sua rugiada. Neppure gli spazi dove si imbastiscono le trame più inique sono impermeabili all’azione di Dio. Neppure i recinti dove si consumano i peccati più neri possono sottrarsi alla sua presenza. Anche i covi più torbidi dove ribolle schiuma del male sono lambiti dall’onda della sua potenza. Il nome di Dio è grande anche lì.

Lì, nei santuari dove la gente si raccoglie in cerca di pace; ma anche oltre la siepe del giardino comunale, disseminato di siringhe. Nelle celle del monastero di clausura impregnate di preghiera; ma anche giù, nei sotterranei della metropoli, dove si sfrenano ogni notte le orge della dissolutezza. Lassù, nell’eremo solitario dove si tocca il silenzio con le mani; ma anche in quell’appartamento dell’ultimo piano del grattacielo, dove si progettano i loschi affari una spregiudicata lobby finanziaria. Nella biblioteca del convento, dove il monaco si sprofonda nella ricerca del mistero di Dio; ma anche nello studio fotografico d’una inafferrabile catena di produzione, dove si allestiscono gli spettacoli licenziosi delle riviste per adulti. Nelle aule delle università teologiche, in cui si racconta la storia della salvezza; ma anche nelle misteriose soffitte degli indovini, dove la gente, tra evocazioni e deliri, abbocca ai filtri della stregoneria. All’interno della cattedrale dove risuonano i canti gregoriani e s’innalzano gli incensi dai turiboli d’argento; ma anche all’interno di quella bisca clandestina, dove tra bestemmie e volute di avana, la vita si impregna dì disperazione. Nel centro di accoglienza della Caritas, dove i volontari fanno i turni di notte; ma anche nei bassifondi di periferia, dove la malavita organizzata celebra le sue liturgie di violenza e di morte…

Vengono in mente i versetti del Salmo: «Se salgo in cielo, là tu sei; se scendo negli inferi, eccoti. Se prendo le ali dell’aurora per abitare all’estremità del mare, anche là mi guida la tua mano e mi afferra la tua destra» (Sal 139,8‑10).

La verità è che Dio solo è il Signore dell’universo, e che la terra non è oggetto di spartizione tra l’impero del bene e l’impero del male. Non ci sono paletti catastali che segnino il limite delle sue proprietà. Non c’è riserva di caccia che gli impedisca di scavalcare il filo spinato della nostra cattiveria. Lui solo è il santo. Penetra l’intimità delle cose. Raggiunge le fibre segrete della materia. Invade il cuore dell’uomo, anche il più determinato a esibirgli il divieto di accesso. Non gli appartengono solo le aree del sacro. Riempie d’olio tutte le lampade della vita. Fa ardere i roghi della storia, accende le fiammelle della cronaca, illumina i crepuscoli delle nostre stagioni spirituali. Tutto è suo. Lo spazio e il tempo. Sì, anche il tempo. Perché la grandezza del suo nome non si commisura sull’arco del martirologio romano, ma si estende di generazione in generazione. Anzi raggiunge i tempi in cui non c’erano neppure generazioni, ma c’era solo il caos, il grande sbadiglio, che egli ha deciso di trasformare in cosmo, la grande bellezza, riflesso della sua gloria.

«O Signore, nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra!» (Sal 8, 1). Su tutta la terra. Anche su quella porzione di storia e di geografia che attualmente soffre i travagli del parto, ma che un giorno lascerà la zona d’ombra per entrare nella luce meridiana. Ecco perché la nostra voce deve fare esplodere l’osanna a Dio, non solo nell’alto, ma anche nel basso dei cieli.

Educare soprattutto alla trascendenza

Ma il pericolo esiste. E non è neppure dei più irrilevanti. Quello, cioè, di fare di Dio una specie di superlativo assoluto di tutte le connotazioni positive che si riscontrano nel­le creature.

Un fiore è bello? Dio è bellissimo. Un uomo è buono? Dio è ottimo. Un maestro è saggio? Una madre ama appassionatamente il frutto del suo grembo? Dio supera e il maestro e la madre: egli è, per dirla con Dante, «somma sapienza e primo amore».

Con questo procedimento rischioso, anche se gli facciamo occupare la prima posizione nelle graduatorie dei valori universali, non rendiamo a Dio un buon servizio. Perché tutto sommato, lo confiniamo all’interno del nostro mondo. Lo circoscriviamo nei nostri moduli. Mentre gli si offre, quasi per buona educazione, la piazza d’onore, in ultima analisi lo riduciamo ai nostri schemi. Lo si riconosce come testa di serie di tutte le classifiche della terrena bontà, ma poi gli si impedisce di sfondare il tetto e di entrare, per così dire, in un altro girone. E chi sa che, sotto questa assolutizzazione «controllata», non si nasconda il desiderio, se non proprio di insidiargli il primo posto, almeno di imporgli un certo rispetto!

Sì, il pericolo esiste. Perché così riduciamo Dio a semplice fenomeno intramondano, perfetto quanto si vuole, ma spogliato di ciò che gli appartiene come tipicamente suo: la trascendenza.

Trascendenza è una parola un po’ difficile, ma vuol significare che Dio è totalmente altro dalle nostre povere, sia pur nobili, cose di quaggiù.

Viene in mente la battuta di quel missionario il quale mentre parlava ai negretti seduti sotto un albero della foresta, essendogli capitato di usare nel discorso la parola computer, si sentì chiedere da un bambino che cosa fosse i computer. E lui, imbarazzato, gli rispose mostrandogli la matita che aveva in mano: «Te lo spiego subito: vedi questa matita? Il computer è tutta un’altra cosa!». Appunto, Dio è tutta un’altra cosa.

Non possiamo rivestirlo sul modello dei nostri abiti, si pure di stoffa pregiata, dandogli magari la taglia più alta Non è comprimibile sotto l’arco del nostro cielo. Dobbiamo ripeterlo chiaro: «Sopra i cieli s’innalza la sua magnificenza». Solo così saremo afferrati dalla imprevedibilità di Dio. Solo così capiremo le sue inedite trovate. Solo così ci sedurranno le sue sorprese, e ci accorgeremo che sono vera­mente inesauribili le risorse della sua novità.

Diversamente, correremo il rischio di proiettare in Dio le nostre mediocrità. La sua eccellenza la scambieremo per strapotere. Lo renderemo complice di ogni progetto mal riuscito. E perfino l’effetto speranza, su cui poggia tutto l’annuncio cristiano, si ridurrebbe alla semplice amplificazione delle nostre attese che, per quanto dilatate, finirebbero col deluderci.

«Sopra i cieli s’innalza la tua magnificenza». Sopra i cieli. Non sotto. Un Dio che sta sotto i cieli, anche se tanto alto da toccarli con un dito, è un Dio lontanissimo: forse anche un po’ responsabile delle nostre frustrazioni e dei nostri insuccessi. È un Dio rivale, insomma, quasi un antagonista con cui misurarsi. E un primo della classe col quale fare i conti, rimediando inesorabilmente complessi di inferiorità e amarissime sensazioni di colpa.

Un Dio, invece, la cui magnificenza s’innalza sopra i cieli ci è molto più vicino. Perché scombina le nostre misure, ma senza indispettirci. Perché gioca con noi, ma senza divertirsi a nostre spese. Perché provoca desideri struggenti della patria lontana, ma senza crearci tristezze. Perché è sempre in agguato, ma senza irridere alla nostra libertà. Perché ci tende mille trappole di tenerezza, ma non si stanca dei nostri rifiuti. Perché ci tiene alle risposte d’amore, ma è sempre pronto a perdonare il nostro peccato.

Solo un Dio che sta sopra i cieli può diventarci coinquilino. Perché solo lui sa scavare negli abissi delle nostre nostalgie, e ci fa capire che «egli ci ha fatti per lui, e che il nostro cuore è inquieto finché non riposa in lui». «Sopra i cieli s’innalza la sua magnificenza». Sotto i cieli s’incurva solo la nostra povertà. Ma s’incurva a tal punto, da diventare il ricettacolo della sua misericordia.

Tonino Bello


Intervista a Eduardo Bonnin – 6° ed ultima parte

Intervista a:  EDUARDO BONNIN  fondatore di Cursillos de Cristiandad   (6° ed ultima parte)

18. Infine, che riflesso ha il suo carisma all’interno del mondo moderno? 

Sebbene non sia evidente, non voglio dubitare delle buone intenzioni di coloro che hanno sempre cercato di sfruttare la generosità personale dei nuovi convertiti, orientandola, non verso il mondo dove vivono e dove si trovano, ma verso gli impegni intraecclesiali; dall’insegnare il catechismo al far visita alla terza età, c’è tutto un ventaglio di attività che necessitano di persone generose; cosa c’è di meglio, allora che ricorrere ai cursillisti? Questo fa sì che trovino soddisfazione in quello che fanno, si sentano appagati, arrivati e così la dinamica della loro conversione, che dovrebbe essere continua, si ripiega su se stessa, soddisfatta del bene realizzato.

Sarebbe invece molto diverso e più efficace, ne siamo convinti, se il cursillista fosse orientato verso il mondo, verso il suo mondo, verso l’ambiente dove vive, per viverlo da cristiano con naturalezza, spontaneità e gioia.

Invece è stato fatto quasi sempre il contrario: il cursillista è stato impegnato nella Caritas, nella catechesi, nel coro parrocchiale, ecc. Tutto questo porta, con una certa quasi disperante regolarità, all’alternativa seguente: se è molto lesto non è molto santo, se è molto santo e dice di si a tutti, può dire addio alla moglie, ai figli, ai compagni di lavoro e agli amici, perché non avrà più molto tempo per loro. Forse, così diventerà molto santo ma, a mio modesto avviso, non come ne hanno bisogno il mondo e la Chiesa oggi.

Stando così le cose, quelli che erano nel mondo della cultura, della politica, dell’economia e della stessa vita sociale, sono stati sradicati da dove Dio li aveva piantati e trapiantati in un luogo pio. Quando a qualcuno di loro viene in mente qualcosa, dal momento che hanno le loro idee e la propria personalità, gli viene detto di pregare; non voglio pensare che questo venga detto perché chi prega non disturba o perché a un prete fanno più comodo venti persone obbedienti che uno che ha le proprie idee con spessore cristiano ed evangelico, in grado di essere, vivendo personalmente in grazia, luce, sale e fermento tra i suoi compagni di professione e i suoi amici, influendo in maniera efficace nel proprio ambiente.

Non posso fare a meno di pensare che se la cultura, la politica, l’economia e la vita sociale, non possono contare su persone che siano davvero cristiane con convinzione, decisione e costanza, non si va molto lontani. Questo non vuol dire che l’unica via per riuscirci siano i cursillos, ma è anche vero che dove sono stati usati secondo le loro finalità, è stato raggiunto lo scopo che fin dall’inizio ci ha attirato e ci attira ancora; lo diciamo con un’espressione di un certo padre Beda Bernegger: “Se il cristianesimo è capace di dimostrare all’esterno che può unire in uno stesso spirito di famiglia persone di diverse classi sociali, il professore e l’artigiano, l’impiegato pubblico e il bracciante, la donna d’affari e la casalinga, la forza stessa della cosa diventerà un impulso irresistibile e si trasformerà nel più perfetto strumento di apostolato”. 

19. In che rapporti è con chi non ha fede, o chi appartiene a un’altra religione o a un’ altra confessione cristiana? 

Ottimi, migliori che con i cristiani di sempre che si credono – voglio supporre in buona fede – ormai arrivati e sono convinti che le pratiche religiose siano una meta e non un mezzo per poter arrivare. Che stentano a credere che un cristiano debba convertirsi un po’ ogni giorno. Che tutto ciò che riguarda Dio si capisce meglio sapendo credere che credendo di sapere.

Una cosa di cui non ringrazio mai abbastanza Dio, e certamente uno dei regali più belli che mi ha fatto, è l’essere stato invitato ripetutamente dai nostri fratelli protestanti degli Stati Uniti. Fratelli separati, che chiamerei fratelli desiderati.

Mi hanno invitato più volte, e ho sempre accettato, perché spiegassi loro cosa è e cosa vuole il nostro Movimento dei Cursillos. Ogni volta c’è stata una calda e fruttuosa convivenza che ha fatto del bene a tutti. Ho potuto parlare in piena libertà, notando una grande differenza dalle riunioni ad «alto livello» dell’OMCC, dove non ci hanno mai ascoltato e dove vengono impartite norme secondo una linea diversa da quella che abbiamo sempre voluto e che continuiamo a volere noi fondatori.

20. Quali sono le sfide della Chiesa di oggi? 

Molte volte mi sono chiesto di cosa ha più bisogno il mondo di oggi: se di alcune persone di Chiesa o di una Chiesa di persone. Ma di persone che siano davvero tali, uomini e donne capaci di convinzione, di decisione, di costanza.

Ci fu un tempo in cui sembrava di dover usare le cose umane per proteggere quelle divine.

Oggi constatiamo che solo le realtà divine, fatte vita nelle persone che le accettano con convinzione e le realizzano con decisione e costanza, possono dare il criterio giusto perché le scoperte scientifiche e tecniche abbiano lo spessore umano necessario per contribuire a un vero progresso, in cui tutti gli uomini si sentano fratelli.

Credo sinceramente che l’unica istituzione che abbia tutti i requisiti necessari per poter essere un’autostrada sicura, chiara e solida verso il futuro sia la Chiesa cattolica, purché sia sempre rivolta verso le persone del mondo, più che verso il mondo delle persone e non voglia essere ed esistere solo per se stessa.

21. Secondo lei la Chiesa è pronta ad affrontare il futuro? 

Poiché il diavolo non va in vacanza nemmeno a Natale ed è sempre in agguato come “leone ruggente”, i cristiani non possono dormire.

A mio modesto avviso, i pericoli sono sempre stati gli stessi, quelli prodotti dall’assenza di Dio nell’intelligenza e nel cuore degli uomini. Di fronte a qualsiasi avvenimento negativo dei molti che si verificano oggi, ieri e sempre, e che hanno la stessa causa se ci pensiamo bene, non resta che arrivare alla conclusione a cui arrivarono le sorelle di Lazzaro quando Cristo andò a casa loro dopo la morte del fratello: “Se tu fossi stato qui, nostro fratello non sarebbe morto”.

Ho sempre pensato che quando, per la debolezza degli uomini, la Chiesa non è stata umana, non è stata cristiana. E quando il cristiano non è umano, non è nemmeno cristiano.

Credo che il cristiano ci sia – occupi un posto nel tempo – quando le onde del mare del mondo si infrangono contro frangiflutti di una convinzione cristiana. L’importante è che l’uomo che vive nel mondo, in quella porzione di mondo dove l’ha posto Dio, possa constatare l’attrattiva formidabile che esercita e si manifesta quando si realizza la meravigliosa convergenza dell’umano con il cristiano e del cristiano con l’umano. Gli avvenimenti negativi, possono diventare buoni nel cuore dell’uomo.

Da figlio della Chiesa, voglio seguire in tutto e per tutto gli orientamenti dati dal Papa per il terzo millennio.

Ottenere che persone diverse si incontrino con se stesse, con se stessi, con Cristo e con i fratelli è certamente un grande modo per prepararci tutti meglio e poter seguire con più convinzione e maggior entusiasmo gli insegnamenti della Chiesa.


IL PERDONO

Condividiamo questo interessante articolo sul Perdono. ROMA, 29 Maggio 2013  su Zenit.org 

Ero morto e il perdono mi ha resuscitato 

In un libro la storia di Pietro Maso: assassino dei suoi genitori che grazie al perdono di Dio, delle sorelle e alla cura di don Guido Todeschini, dopo ventidue anni di carcere è rinato a vita nuova

di Antonio Gaspari

Per anni ha nutrito solo il suo narcisismo: soldi, vestiti firmati, profumi, auto lussuose, feste. In fondo un male banale. Poi la tentazione al limite della follia: uccidere i genitori per prenderne l’eredità. Tentò una prima volta con delle bombole a gas che dovevano esplodere e uccidere anche le due sorelle. Poi provò a manomettere il volante dell’auto del padre. Pensò a usare il veleno per topi e lo schiaccia bistecche come arma contundente.

Alla fine, il 17 aprile del 1991, lui a volto scoperto con tre amici con maschere di carnevale e capelli postici, aspettò i genitori Antonio e Rosa, li colpì con un tubo di ferro, fino a massacrarli e ucciderli. Una ferocia inspiegabile. Secondo lo psichiatra Vittorino Andreoli che ha fatto la perizia si tratta di “ipertrofia narcisistica” con il “padre e la madre percepiti solo come un salvadanaio da cui prelevare quando serviva, e da rompere se il bisogno lo richiedeva”.

Nel libro “Il male ero io” scritto da Raffaella Regoli, edito da Mondadori, Pietro Maso racconta: “Hanno scritto di me, di noi, che abbiamo ucciso per fare la bella vita. Noi volevamo entrare nella vita. E invece, macchiandomi del più terribile dei crimini, a diciannove anni sono entrato nella tomba insieme a mamma e a papà”.

Ma come si fa a uccidere i propri genitori? Maso dice: “Dare la vita e dare la morte può farti sentire eterno. Ma non c’è piacere. Io non l’ho provato. Uccidere è privazione. Assenza. Una vertigine distruttiva. E’ come lanciarsi da un palazzo sapendo che non puoi volare”. Il 19 aprile 1991, all’età di 19 anni, Maso entrò nel carcere Campone di Verona, dove fu condannato a 30 anni di reclusione.

Sarebbe dovuto restare in prigione fino al 2021, ma i 3 anni di indulto e i 5 di buona condotta (45 giorni maturati ogni sei mesi) gli hanno permesso di tornare libero il 15 aprile scorso.

Ventidue anni di duro carcere a Verona e poi a Milano, quindi, tra paure, angoscie, sensi di colpa, solitudine. Un crimine enorme che schiaccia mente e cuore.

Maso racconta del carcere: “Ci sono corridoi profondi e bui. E muri sporchi di piscio e sangue, di cibo e sputi. (…) Ci sono porte di legno grosso, scuro, con cerniere di ferro. Quando si aprono quella voce rauca, assordante, volgare, pare un urlo vomitato dalla pancia di un mostro. Ma quello che non riuscirò mai a cancellare è l’odore: quel puzzo che ti si appiccica addosso. Ti sporca dentro. E’ puzzo di carne umana, marcia, di cancrena aperta”.

Tra la disperazione, il peso della coscienza e la paura di subire violenze dagli altri detenuti, a Maso capita di ascoltare alla radio don Guido Todeschini, direttore di Telepace, che parlando di lui disse: “Che facciamo, lo abbandoniamo, lo seppelliamo vivo come meriterebbe o gli tendiamo la mano e cerchiamo di recuperarlo, tenendo conto della sua giovane età? Certo, in questo momento è più facile essere giustizialisti che muoversi al perdono. Ma se noi lo lasciamo lì in carcere, dimenticato, noi commettiamo lo stesso delitto”.

Don Todeschini non si limita a parlarne: lo cerca, gli scrive delle lettere, chiede di incontrarlo. Racconta Maso: “Io, sepolto vivo. Odiato. Rinnegato. Dimenticato. Io che quando arrivava il giorno dei colloqui mi rintanavo in cella in completa solitudine, ora avevo qualcuno che si interessava a me. Accettai”.

L’incontro è l’inizio di una nuova vita. Il perdono di Dio che arriva portato da un sacerdote. Continua Maso “Lo ricordo come fosse ieri. Sono le dieci del mattino. Quanto l’ho atteso questo giorno. Finalmente è arrivato. (…) Dopo quasi dieci mesi qualcuno viene per me (…) Don Guido è in piedi. Volge le spalle al tavolo. La porta si chiude. Finalmente. Davanti a me c’è un uomo sulla cinquantina, alto circa un metro e settanta, corporatura normale. Indossa l’abito nero con il colletto bianco. Quando faccio per entrare lui, invece di ritrarsi come ero abituato a veder fare, mi viene incontro. Mi abbraccia. Non era mai successo”.

Da quel momento don Guido va ogni sabato al carcere. Dice a Maso: “Sai Pietro quanti chilometri ho fatto per portarti tutti i sabati il corpo di Cristo? Se sommiamo i chilometri che ho fatto da Verona a Milano in tutti questi anni, equivarrebbero a più di tre giri attorno al mondo”.

Confessa Maso che don Guido “a volte era paterno, altre duro, aspro. Non sapevo mai cosa aspettarmi. Ma c’era sempre. Non ha mai saltato un sabato. La sua fede, la sua tenacia, mi hanno dato una forza incredibile. Se lui faceva questo per me, dovevo diventare degno del suo sacrificio”.

Don Guido va avanti e porta le due sorelle Nadia e Laura a incontrare Pietro. Ha scritto Maso: “Ci dividono pochi passi. Ma i miei piedi sono inchiodati a terra. Come i miei occhi. Don Guido capisce e mi fa un cenno con la testa. Io non mi muovo. Nadia e Laura mi vengono incontro. Mi abbracciano. Ora siamo abbracciati. Siamo tre in uno. Mi sarei aspettato di tutto: sguardi di rimprovero, rabbia, schiaffi. E tutto ci sarebbe stato. Ma non ero pronto a questa stretta d’amore. Senza saperlo Laura e Nadia posano una pietra importante sul mio cammino. Questa stretta scioglie tutto: il dolore, la paura, l’odio: la morte”.

“Pietro, ti vogliamo bene, sei nostro fratello” dicono Laura e Nadia. Lui dice: “Ho gli occhi chiusi. Dio mi sta facendo il regalo più grande della mia vita. Non posso crederci, sta succedendo davvero, a me. Non me lo merito. Il loro perdono mi ha liberato da me stesso. Come se qualcuno mi fosse entrato dentro e mi avesse rovesciato”.

Nel giorno di Pasqua del 2008, don Guido trasmette su Telepace l’intervista a Laura e Nadia. Nel suo Blog, Luigi Accattoli, ha trascritto le parole di Laura. (http://www.luigiaccattoli.it/blog/?page_id=9014):

“Sono la sorella di Pietro Maso che 17 anni fa uccise i nostri genitori. Noi sorelle insieme alla perdita dei due genitori avevamo perso anche un fratello e dunque ci trovammo a ricominciare un percorso nuovo e difficile, con una sofferenza dentro che era abbastanza forte, perché non è facile perdonare una cosa così grave. Ringraziamo don Guido per il suo aiuto: è stato lui ad andare a trovare per primo Pietro in carcere e a seguirlo in questi anni. Così anche noi piano piano abbiamo ricostruito un bel rapporto con quel fratello che avevamo perso, come avevamo perso tutta la famiglia.

Lo potevamo anche abbandonare quel fratello, sarebbe stato facile. Invece perdonare è una cosa un poco più profonda e difficile, ma che ci ha anche procurato una gioia dentro per i piccoli passi che vedevamo fare al nostro fratello, il suo cammino, la sua conversione. L’abbiamo perdonato in ascolto delle parole di Gesù: ‘Amatevi gli uni gli altri’.

E’ facile amare quando ci si vuole bene, ma è difficile quando ci si sente dire ‘ha ucciso i genitori’ e sono parole molto forti per noi, ma noi sappiamo che dobbiamo far nostre anche quelle altre parole di Gesù che dice “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Noi abbiamo perdonato con l’aiuto di Dio ed ecco che questo fratello che era morto è come risorto ed è lui, a volte, che ci conforta con il suo cammino. Oggi, che è il giorno di Pasqua, ci pareva bello di poter dire: ‘Eravamo morte e siamo risuscitate’. Alle volte andiamo alle tombe dei nostri genitori e li sentiamo in paradiso e che ci sono vicini e approvano il cammino che i loro figli stanno facendo.

Perdonare non vuol dire voltare pagina e fare come se non fosse successo nulla. Vuol dire vedere tutto, anche quel delitto, alla luce della fede. Non è che uno dimentica. Il perdono è una cosa profonda e uno deve sentirsela dentro per poter vivere bene. Odiando non so come si potrebbe vivere.

Tante volte siamo andate a trovarlo in carcere, ogni due o tre mesi circa. Non ce l’aveva chiesto, magari era don Guido che ce lo chiedeva e all’inizio noi eravamo contrarie perché temevamo che lui si approfittasse di noi. A poco a poco, trovandoci con lui ci riscoprivamo fratelli e ci dicevamo che magari tanti fratelli che vivono insieme non provano quel sentimento. Così è finita la nostra paura del suo approfittamento e oggi siamo sicure che ha compiuto un cammino senza il quale si sarebbe perso e ci saremmo perse anche noi, in fondo.

I nostri mariti ci hanno assecondato in questa scelta. I nostri bambini piano piano hanno cominciato a capire e sanno e lo chiamano zio e vivono bene il rapporto con lui. La gioia che sentiamo nel cuore di aver ritrovato un fratello ci ha forse aiutate a dare questo insegnamento.Il vescovo Flavio Carraro, che era informato da don Guido, più di una volta ci ha detto: ‘Stategli vicino, perdonatelo, pregate per lui’. Noi abbiamo cercato di farlo”.

Il male aveva trasformato Pietro in un mostro, ma il perdono di Dio, delle sue sorelle, di don Guido, hanno fatto il miracolo, hanno riportato in vita un giovane che era morto e dannato.


Intervista a Eduardo Bonnin – 4° parte

 

Intervista a:  EDUARDO BONNIN  fondatore di Cursillos de Cristiandad   (4° parte)

11. Come ha vissuto e qual’è il suo rapporto con la struttura ecclesiale e, con il papa, che ha il compito di discernere i carismi?

A mio modesto parere è la struttura ecclesiale che ha il compito di discernere, appoggiare e non soffocare le iniziative e le idee.

A proposito di questo ho letto con molto piacere: “Il giudizio sull’autenticità di un carisma e sul suo ragionevole esercizio, spetta a coloro che hanno autorità nella Chiesa, ai quali compete, anzitutto, il dovere di non soffocare lo Spirito, ma di esaminare tutto e ritenere ciò che è buono».

Il Movimento dei Cursillos è un movimento di Chiesa, non però per la Chiesa, ma per il mondo, come la Chiesa stessa.

Appartenendo alla Chiesa, ha bisogno di sacerdoti e di laici, ma gli uni e gli altri, oltre a rimanere in dialogo, devono essere fedeli e non staccarsi dal “carisma iniziale”; ebbene, da sempre si è data più importanza alle stranezze, soprattutto giuridiche e alle idee di quelli che danno maggiormente l’impressione di cercare più il protagonismo che lo studio serio e approfondito del perché e per chi.  Credo di aver spiegato che ho sempre voluto essere figlio della Chiesa; ma vedo che nella storia si ripete spesso che quando qualcuno rompe schemi ancestrali, sorgono sempre altri che si adoperano per cercare di perseguitarlo o screditarlo. Credo sia giusto che il compito di discernere spetti alla gerarchia. Secondo me, le idee nuove possono essere scintille passeggere o fiamme che possono rischiarare il panorama.

A volte gli innovatori – ho dovuto sperimentare personalmente questa affermazione – adottano un  atteggiamento simile a quello assunto dai discepoli di Gesù, quando i samaritani non vollero accoglierlo: “Signore, che scenda il fuoco!”. Ho pensato spesso che il Signore forse si rallegrò della determinazione e della veemenza della richiesta dei discepoli, ma niente turbò il suo atteggiamento sereno e non piovve fuoco. Credo che tutte le iniziative e irrequietezze che, grazie a Dio, quasi traboccano da tante parti, abbiano certamente bisogno del criterio della gerarchia, affinché la riflessione e il giudizio possano placare gli impeti e temprare gli animi. Mi sembra strano però che il cammino per arrivare a questo sia così complicato.

Quanto ai cursillos, il dialogo non fu mai possibile, ne vennero ascoltati gli iniziatori. Devo confessare che a volte mento parlando al plurale, ma il singolare, mi dà molto fastidio. Nella migliore delle ipotesi, la colpa è mia avendo adottato la soluzione facile di tacere verità vissute; non l’ho fatto però per voler scegliere il cammino più agevole, ma per aver sperimentato nella carne, infinite volte, che si dava più importanza all’obbedienza che alla verità e il mio interesse era che i cursillos andassero avanti nonostante tutto.

12. Può dirci come si configura concretamente il suo carisma? Come si esprime nelle persone che fanno parte del suo movimento? 

Anzitutto devo dire che questo «suo» della domanda mi disturba. Credo che tutto ciò che il movimento ha ottenuto e sta ottenendo nel mondo è dovuto al fatto che lo Spirito Santo è il suo autore.

A mio parere, il carisma si è andato configurando nel tempo attraverso l’accoglienza che gli è stata fatta di volta in volta; le persone che prendono parte, con le dovute disposizioni, ai tre giorni del cursillo, capiscono la semplicità del messaggio e cercano di tradurlo nella vita concreta di ogni giorno. Quanto hanno appreso nel cursillo, a livello individuale, lo consolidano e lo confermano nella “riunione di gruppo” e, a livello sociale, assistendo alla “ultreya”.

Entrambe le cose sono orientate alla cura attenta della dinamica della conversione, mediante la forza coesiva dell’amicizia, che non solo fa stare insieme le persone, ma fa anche sì che si sentano attivamente inserite nella vita quotidiana del piccolo gruppo che crea e mantiene, anche nelle piccole cose, una vicinanza di cuori, in modo che ognuno possa esprimersi di fronte agli altri così com’è.

Il legame vivo e interessato a questi atti rende più facile alla persona l’impegno di portare avanti nella vita le tre cose che gli sono state chieste il primo giorno del cursillo: il suo sogno, il suo dono e il suo spirito di carità.

Tutto ciò viene poi vissuto in un clima di grande fraternità, che si esprime in un linguaggio e in uno stile gioiosamente naturale e sincero, molto diverso da quello che di solito vive la gente devota.

Ogni persona che ha vissuto l’esperienza del cursillo ne esce con la convinzione che Dio in Cristo la ama.

Sa che essere cristiani, più d’ogni altra cosa, è sentirsi amati da Dio e vivere in questo stupore, dal momento che l’elemento più genuinamente cristiano è lasciarsi amare da Dio. L’atteggiamento interiore generato da questa realtà, quando è creduta veramente e vissuta in pienezza, cresce e diventa contagioso. Ma per captarla, per sperimentarla, per andare incontro a Dio che è amore, così com’egli è, dobbiamo cercare di presentarci davanti a Lui così come siamo.


Carisma Fondazionale 4° e ultima parte

segue da CARISMA FONDAZIONALE  (rif. 1° Conversazioni sul Carisma, Assisi 5 dic. 2009)

Eduardo conosce e tratta con i lontani, perché ha dovuto prestare servizio in una Caserma, come soldato, durante le leva…

Lì incontrò giovani ostili, ma constatò, anche, che quei ragazzi avevano dei valori molto importanti ed insieme una sincerità selvaggia.

Dinanzi a questa situazione, si dedicò, a far conoscere loro la REALTA’ di Dio.

“Quando mi arruolai,e mi relazionai con una moltitudine di persone, ciascuna con un carattere differente, ho capito che Dio li amava. Allora incominciai ad interessarmi a far conoscere loro la realtà”

Un fatto eccezionale gli aprì l’orizzonte degli ambienti.

Il 6 febbraio del 1940 Papa Pio XII in una omelia diretta ai sacerdoti e predicatori quaresimali di Roma, si rivolge anche all’Azione Cattolica:

“Di questo duplice aspetto del suo popolo è dovere del parroco formarsi, con un veloce e agile sguardo, un quadro chiaro e dettagliato, diremo topograficamente, strada per strada, cioè da un lato le persone fedeli e in particolare quelle più elette da cui poter scegliere gli elementi per promuovere l’Azione Cattolica, dall’altro lato, i gruppi che si sono allontanati dalla pratica cristiana. Anche queste pecorelle appartengono alla parrocchia, pecorelle smarrite, e anche di queste, soprattutto di queste, siete pastori responsabili, dilettissimi figli; e come buoni pastori non dovete schivare il lavoro né lo sforzo per cercarle, per conquistarle di nuovo e non dovete concedetevi riposo fino a quando tutte non trovano asilo, vita e gioia rientrando nell’ovile di Gesù Cristo”

Con le idee precise in mente e lo spirito disposto al servizio del Signore, Eduardo comincia ad unificare queste idee in un lavoro che chiama “Lo studio dell’ambiente” con l’unica preoccupazione di una ricerca di strade diverse da quelle abituali per far giungere, specialmente ai lontani, la Buona Novella dell’Amore di Dio.

Era il piano di Dio, come affermò in pubblico a Roma, dinanzi a Giovanni Paolo II e a migliaia di Cursillisti di tutto il mondo durante la III Ultreya Mondiale nel giungo del 2000.

“Quella idea che ci mise nell’anima quando avevamo 20 anni, non era una chimera, né un capriccio giovanile, né un’esaltazione propria dell’età, ma un piano dello Spirito di Dio

Eduardo non apporta nulla di nuovo, ma fa affiorare ciò che era nascosto, al di là di ciò che era conosciuto da tutti.

Tutto era messo insieme, mancava solo l’alveo per incanalare l’acqua: il metodo per mettere in pratiche le idee.

Entra nell’Azione Cattolica alla fine del 1941 e, fin dal principio, gli affidano il Segretariato per la Ricostruzione Spirituale.

Nel 1943 assiste al II Cursillo de Adelantados de Peregrinos II, cursillos fatti dall’Azione Cattolica nazionale par raccogliere giovani per il pellegrinaggio a Santiago di Compostela, programmato per il 1948. I cursillos per Adelantados de Peregrinos duravano 7 giorni.

Era elitario e i temi avevano come obiettivo di base la formazione di dirigenti per l’Azione Cattolica e per il Pellegrinaggio a Santiago. Dice Xisco Forteza “In questo clima e proiettato verso la realtà del suo schema di Studio dell’Ambiente, Bonnín pensò ed elaborò,partendo dall’esperienza del cursillos de Adelantados de Peregrinos, un metodo che servisse per fermentare cristianamente le persone e gli ambienti <<lontani>>, e per rivitalizzare in profondità quelli che erano più vicini”

“La sfida era che il Cursillo de Jefes de Peregrino toccasse terra. Intendevamo che non solo i partecipanti dovessero prepararsi per il Pellegrinaggio, ma anche per la vita…”(Eduardo Bonnín)

E’ a questo punto, dopo questo cursillo, che Eduardo pensa che sarebbe molto utile per il Signore utilizzare le strutture esistenti dell’Azione Cattolica.

– Riduce il Cursillo a tre giorni;

– Rifà tutti gli schemi laici;

– Introduce una partecipazione interclassista;

– Introduce nel ritiro la Via Crucis del Padre Llanos;

– Altera il ruolo dei professori (rollisti), trasformandoli in camerieri dediti al servizio dei partecipanti con l’impegno del lavoro di corridoio;

– Cambia la finalità: da pellegrinaggio alla persona e alla vita.

Nasce qualcosa di nuovo perché si ha o si fa luce su qualcosa di nuovo. Si scopre un nuovo cammino religioso.

Nasce il PRIMO CURSILLO DI CRISTIANITA’ DELLA STORIA in una villetta -Mar y Pins- di Cala Figuera (Santanyi-Maiorca, dal 20 al 23 Agosto del 1944). “Eduardo ha ricevuto il carisma che lo Spirito Santo volle infondergli, lo comunicò ai suoi amici e un gruppo di loro collaborò con lui con impegno” sono parole testuali di Guillermo Estarellas.

Con loro condivise il sentimento che lui stesso così esprime:

“Mi sentivo chiamato a rendere trasparente in questo modo la tenerezza di Dio, e in questo volevo impegnare tutta la mia esistenza”.

Ebbe senza alcun dubbio l’appoggio di alcuni laici: non era possibile altrimenti senza Ferragut, Riutort, Estarellas, Font, Mir, Tano, etc Senza dubbio, ebbe l’appoggio di alcuni sacerdoti: non sarebbe stato possibile altrimenti, senza il Vescovo Hervas, don Sebastián Gayá, don Juan Capó, etc

Ad ognuno il suo merito, ma ciascuno nel proprio ruolo.

Tutti collaborarono, questo è il loro grande merito…

Può darsi che per qualcuno queste parole siano motivo di scandalo, ma la Verità é più importante del dispiacere che può dare “Io non sono un profeta; quello che succede è che io vedo quello che vedono gli altri, ma loro non vogliono vedere”

NULLA E’ NUOVO

Ho avuto l’onore di essere presente durante la visita dell’OMCC a Eduardo nel Novembre del 2003.

Eduardo, dopo aver raccontato loro, passo dopo passo, come erano andate le cose, concluse: “Questa é la verità,  fate quello che credete, ma questa é la verità”.

IV.- MOVIMENTO DEI CURSILLOS DI CRISTIANITA’

1.- Definizione

“La migliore notizia, Dio in Cristo ci ama, comunicata con il miglior mezzo, l’amicizia, diretto al meglio di ciascuno che é il suo essere persona

Sentire l’esperienza intima che Dio mi ama, con l’inquietudine apostolica, come battezzati, di comunicare questa grande notizia alla maggior parte delle persone dei miei ambienti, preferibilmente ai lontani, mediante il metodo dell’amicizia

La definizione che Eduardo formula é la seguente: “I CURSILLOS DI CRISTIANITA’ sono un Movimento che, mediante un metodo

proprio (1), tentano, partendo dalla Chiesa (2), di ottenere che le realtà del cristiano (3) si trasformino in vita nella singolarità, nella originalità e nella creatività di ogni persona (4) perché, scoprendo le proprie potenzialità e accettando i propri limiti, conduca la propria libertà con convinzione, rafforzi la sua volontà con decisione e propizi l’amicizia (5) in virtù della sua costanza nella sua vita quotidiana (6), individuale (7) e comunitaria (8)”

2.- Movimento laico

L’apostolato laico, il nostro apostolato, quello direttamente e specificatamente nostro, consiste nel : conquistare la vita degli uomini per Dio! Molto prima di conquistare le loro anime! I laici sono stati i precursori degli Apostoli, l’apostolato laico é l’apostolato della presenza!

3.-Gli ambienti

V.- L’APOSTOLATO DEI CURSILLOS ( si identifica con)

1.- Apostolato individuale

2.- Un dovere d’Amore

3.- Una necessità

4.-Possibile a tutti

5.- La testimonianza

6.- Risvegliare la fame.

Vivere come fermento: vivendo un quarto giorno in amicizia con i fratelli dentro i nostri ambienti, dove il Signore ha voluto metterci.

In perseveranza e crescita:

– tra gli amici, mediante la Riunione di Gruppo e

– in mezzo alla comunità mediante l’Ultreya,

Dobbiamo trasmettere, che gli uomini devono sentire l’esperienza intima che sono amati da Dio, sentendo l’inquietudine apostolica, come Battezzati, di comunicare questa grande notizia al maggior numero di persone possibile, in particolare ai lontani dalla Chiesa, attraverso il mezzo migliore che é l’amicizia.

Senza perdere energie in bagatelle…  Ma senza appannare la trasparenza e la chiarezza del messaggio !!!

E per questo ricordo le parole di Giovanni Paolo II:

“Mantenetevi fedeli al Carisma che vi ha affascinato ed esso vi condurrà con più forza a farvi servitori dell’unica potestà che é Gesù nostro Signore! Aprite nuovi cammini, ma sempre nella fedeltà allo spirito del Fondatore”

Questa è la verità, voi fate pure quello che volete, ma questa é la verità.

LA VITA E’ BELLA,  LA GENTE E’ IMPORTANTE … VALE LA PENA VIVERE

autore, Arsenio Pachòn