Cursillos di Cristianità

Benvenuti nel sito ufficiale dei Cursillos di Cristianità – diocesi di Padova


24 ore di preghiera con la Chiesa

image    Iniziativa “24 ore per il Signore” – staffetta di preghiera

dalle ore 18.00 del 13 marzo alle ore 18.00 del 14 marzo 2015

Papa Francesco ha indetto per il tempo di Quaresima l’iniziativa “24 ore per il Signore” come momento particolarmente adatto per vivere l’esperienza della preghiera.

Il foglio per le firme e l’impegno è pronto! Lo troveremo anche in Ultreya martedì 10 a Santa Rita.

Per quanti non riuscissero a essere presenti possono comunque aderire rivolgendosi ai seguenti recapiti:

cell. 336718058 risponde Pierluigi; cell. 3282710495 risponde Leonida

e-mail: cursillos.pd@gmail.com

Restiamo in attesa e confidiamo sul nostro impegno di Responsabili.


SSN … servizio sacerdotale notturno

Basilica del VotoDa qualche mese Saverio ed io diamo una mano in quello che si potrebbe paragonare al 118 dello Spirito.

Il primo lunedì del mese (un mese io, un mese Saverio) alle 10 della notte andiamo vicino al Centro Storico di Quito. Alla fine di una difficile salita sorge la “Basilica del Voto”. Una chiesa neogotica costruita alla fine dell’800 da uno dei Presidenti dell’Ecuador che consacrò (anche nella Costituzione della Repubblica) tutta la nazione al Sacro Cuore di Gesù. Nella cappellina c’è l’Adorazione continua e nella sacrestia della cappellina si riunisce una gruppo di volontari, quattro laici e un sacerdote. Ci si saluta, si prega insieme e dopo si aspetta. Qualcuno dorme, ci si turna per rispondere al telefono. Da piú di un anno c’è un numero verde. Dalle 10 di sera alle 6 del mattino. Se qualcuno è in fin di vita e desidera confessarsi o ricevere l’estrema unzione è sufficiente che un familiare chiami e subito il sacerdote, accompagnato da due laici, sale in macchina per recarsi o alla casa o all’ospedale. Il centralinista risponde, accerta che non sia una presa in giro o uno scherzo di cattivo gusto, raccoglie tutti i dati, spiega la strada e via. Nella cappellina dell’Adorazione ci sono sempre delle persone che pregano, quelli che vanno in macchina a dare il sacramento sanno che sono accompagnati dall’alto.

Saverio ed io non abbiamo iniziato da molto. Fino ad ora sono andato tre volte. Mi impressionano i laici che mi accompagnano. Papà, lavoratori, una volta anche un avvocato. Se la mattina io ho sonno facilmente riesco ad organizzare i miei impegni per riposare un po’. Loro alle 6, quando il turno finisce, corrono a lavorare. Non ho mai sentito lamentarsi nessuno anzi si vede la soddisfazione di aver fatto qualcosa di buono nei loro occhi arrossati dal sonno.

Quando arriviamo nella casa o nella stanza dell’ospedale mi aiutano a prepararmi, mi accompagnano nella preghiera, conversano con i familiari del malato. Senza dire stupidate o frasi fatte ma condividendo le parole che accompagnano il dolore a bassa voce. L’altra notte, alla seconda uscita, siamo arrivati troppo tardi. Il papà era morto da pochi minuti. C’era il figlio ad assisterlo nella clinica. Abbiamo pregato insieme, ho dato la benedizione al corpo. Il figlio era scosso e ogni due secondi mi domandava se il papà sarebbe andato o no in Paradiso. Io cercavo di consolarlo, lasciando che si sfogasse. Si inserisce nella conversazione una delle due persone che mi accompagnava e dice al figlio: “Tuo papà già sta in Paradiso, però… tu ci andrai?” e da lì la conversazione prende una direzione completamente diversa. Non più di consolazione ma di conversione. Il figlio quasi si confessa e lo sfogo non è più solo di dolore ma anche di desiderio di migliorare. Mi vengono in mente le parole del mio padre spirituale durante i primi anni come prete: “I sacramenti nel dolore (funerali, unzione degli infermi), sono uno dei momenti più alti di evangelizzazione”.

Si ritorna alla base, si dorme un poco. Poco prima delle 6 ci si ritrova nella cappellina, si prega brevemente insieme, si ringrazia il Cielo per la notte e per quello che si è fatto. Ci si saluta. Ognuno a casa sua, al lavoro o in parrocchia.

¡Hasta pronto!  … dall’Ecuador P. Giovanni O.


Q.B.

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Il martedì mi piace, inizio la giornata con la mia RdG e la termino con l’Ultreya.

Incontro le mie amiche e con il profumo del caffè, oltre che la mattina, rinvigorisco anche il mio cammino in compagnia.

Iniziamo. Lo Spirito Santo, ospite perfetto, ci incoraggia a percorrere gli atri del nostro cuore, le stanze in cui la persona si incontra con Dio.

Rivediamo la settimana in una retrospettiva a volte difficile altre entusiasmante, condividiamo il momento vicino a Cristo fino a verificare il treppiede: Pietà, Studio e Azione.

“Questa settimana ho pregato tantissimo!” mi ritrovo ad affermare soddisfatta, quasi orgogliosa di aver conquistato chissà quale record, ricordando che per me pregare, nel senso pieno del vocabolo, non è sempre così semplice.

Ma ripensandoci mi riecheggia una stonatura: che senso ha dire “tanto” o “poco”, quale parametro usare per quantificare la preghiera personale?

Non sono molto brava in cucina allora, per non sbagliare, mi affido molto spesso alla consultazione delle ricette scritte con le quantità e proporzioni chiaramente specificate  così da ottenere il risultato migliore. Però quando mi imbatto nell’ingrediente “sale” trovo sempre e solo un piccolo acronimo: q.b.

Quanto basta.

La mia preghiera è q.b. per consentirmi di salare la mia cristiania?

Q.b. per la mia persona, per quello che sento di essere in grado di vivere, a quanto corrisponde?

Un q.b. che vado a ricercare nel cartoncino di quel “vestito” confezionato ai tre giorni, insieme all’assistente spirituale, e sempre da risistemare.

Non mi voglio preoccupare, soppesare: oggi è q.b.! L’importante è che ci sia, è ciò che riesco oggi, se è vero che la preghiera è la nostra risposta all’amore di Dio.

Ultreya!


Il padre della sposa

eco-friendly-wedding-17Sabato 17 maggio si è sposata Sara, la più piccola dei miei 3 figli.

Quando due anni fa Sara mi ha comunicato la data del matrimonio, mi era sembrato un tempo tanto lontano, ma via via che questo passava e si avvicinava la data stabilita la mia ansia aumentava: quattro anni fa la fine del mio matrimonio…tanto dolore per me e tanto per i miei figli.

Per Sara è stato un dolore più grande perché si è trovata orfana dopo 22 anni di un padre che l’aveva lasciata: è stata dura per tutte e due, dato che vivevamo assieme; dura per me e dura per lei che, oltre al suo dolore, soffriva anche per me nel vedermi triste.

Dal momento della decisione di sposarsi, ha subito iniziato a dirmi che non avrebbe voluto il papà al matrimonio: anch’io tutto sommato non lo volevo… 

Poi, più avanti, mi ha detto che comunque non avrebbe voluto essere accompagnata da lui all’altare, e io ne godevo…

poi, ha chiesto a me di accompagnarla all’altare: “mamma voglio te,  tu mi sei sempre stata vicina”, ed io ne ero felice… 

poi, ancora, che avrebbe voluto anche suo fratello assieme a me.

Nel mio cuore, però, c’era il desiderio che lui fosse presente e che l’accompagnasse all’altare: è suo padre!

Un giorno mi ha detto che aveva invitato il papà al matrimonio e un’altra volta che gli aveva chiesto di venirla a prendere con l’automobile per portarla in chiesa.

In quel momento ricordo di averle detto: “ma lo vuoi solo come autista? Chiedigli anche di accompagnarti all’altare”,  ma lei sempre più decisa: “non lo voglio!”

Mi rattristava l’idea di quella decisione, ho sempre insegnato a tutti e tre i figli che bisogna amare e perdonare, ma la sua risposta è stata: “me la deve pagare!”

Anch’io, confesso, che l’avrei voluto. Ma accostandomi alla confessione prima di Pasqua mi sono messa in discussione: ma che razza di cristiana sono? Non si deve pregare per i lontani?

E ho iniziato a pregare per lui e ho pregato anche per Sara, perché cambiasse la sua decisione.

E quel bellissimo giorno mi sono trovata davanti alla porta della chiesa con Sara che, scendendo dalla macchina, mi ha detto: “FATE QUELLO CHE VOLETE!” Ed io ho capito.

Le ho risposto: “fatti accompagnare da papà, il Signore ti vede.”

So che Sara aveva messo al corrente il papà della sua decisione di non essere accompagnata da lui, perché l’ho sentito chiedere: “beh, chi l’accompagna all’altare?” Ed io l’ho inviato ad accompagnarla.

Entrando in chiesa mi sono sentita abbracciare dal Signore, Sara mi aveva fatto un gran regalo, è stato un bellissimo momento vicino a Cristo ed alla preghiera del Padre nostro, il Signore mi ha dato la forza di prendere per mano mio marito: in quel momento mi sono sentita famiglia.

Ultreya!

Anna C.


La Fede è “storia” di vita vera

A noi cursillisti piacciono le vivenze, raccontarci con piccoli episodi che rivelano un po’ della nostro cammino d’amicizia con Dio. Proponiamo questo video, una divertente vivenza  di Giacomo Poretti (del famoso trio Aldo, Giovanni e Giacomo), è stato registrato durante la serata dal titolo “Ci sono un cristiano, un musulmano e un ebreo…” (all’interno della rassegna organizzata dalla rivista internazionale dei gesuiti Popoli “Milano al plurale”).

Buona visione!


LA SANTA MESSA

DSC_1071Il Papa: vivere il mistero della presenza di Dio nella Messa, venire a Santa Marta non è tappa turistica

Riscoprire il senso del sacro, il mistero della presenza reale di Dio nella Messa: è l’invito di Papa Francesco durante la celebrazione eucaristica presieduta stamani a Santa Marta.
La prima Lettura del giorno parla di una teofania di Dio ai tempi del re Salomone. Il Signore scende come nube sul Tempio, che viene riempito della gloria di Dio. Il Signore – commenta il Papa – parla al suo Popolo in tanti modi: attraverso i profeti, i sacerdoti, la Sacra Scrittura. Ma con le teofanie parla in un’altra maniera, “diversa dalla Parola: è un’altra presenza, più vicina, senza mediazione, vicina. E’ la Sua presenza”. “Questo – spiega – succede nella celebrazione liturgica. La celebrazione liturgica non è un atto sociale, un buon atto sociale; non è una riunione dei credenti per pregare assieme. E’ un’altra cosa. Nella liturgia, Dio è presente”, ma è una presenza più vicina. Nella Messa, infatti, “la presenza del Signore è reale, proprio reale”:
“Quando noi celebriamo la Messa, noi non facciamo una rappresentazione dell’Ultima Cena: no, non è una rappresentazione. E’ un’altra cosa: è proprio l’Ultima Cena. E’ proprio vivere un’altra volta la Passione e la morte redentrice del Signore. E’ una teofania: il Signore si fa presente sull’altare per essere offerto al Padre per la salvezza del mondo. Noi sentiamo o diciamo: ‘Ma, io non posso, adesso, devo andare a Messa, devo andare a sentire Messa’. La Messa non si ‘sente’, si partecipa, e si partecipa in questa teofania, in questo mistero della presenza del Signore tra noi”. 
Il presepe, la Via Crucis, sono rappresentazioni – ha spiegato ancora Papa Francesco – la Messa, invece, “è una commemorazione reale, cioè è una teofania: Dio si avvicina ed è con noi, e noi partecipiamo al mistero della Redenzione”. Purtroppo – ha sottolineato – tante volte guardiamo l’orologio a Messa, “contiamo i minuti”: “non è l’atteggiamento proprio che ci chiede la liturgia: la liturgia è tempo di Dio e spazio di Dio, e noi dobbiamo metterci lì, nel tempo di Dio, nello spazio di Dio e non guardare l’orologio”:
“La liturgia è proprio entrare nel mistero di Dio, lasciarsi portare al mistero ed essere nel mistero. Per esempio, io sono sicuro che tutti voi venite qui per entrare nel mistero; però, forse qualcuno dice: ‘Ah, io devo andare a Messa a Santa Marta perché nella gita turistica di Roma c’è da andare a visitare il Papa a Santa Marta, tutte le mattine: è un posto turistico, no?’ (ride). Tutti voi venite qui, noi ci riuniamo qui per entrare nel mistero: è questa la liturgia. E’ il tempo di Dio, è lo spazio di Dio, è la nube di Dio che ci avvolge tutti”. 
Il Papa ricorda che, da bambino, durante la preparazione alla Prima Comunione, c’era un canto che indicava come l’altare fosse custodito dagli angeli per dare “il senso della gloria di Dio, dello spazio di Dio, del tempo di Dio”. E quando, durante le prove, si portavano le ostie, dicevano ai bambini: “Guardate che queste non sono quelle che voi riceverete: queste non valgono niente, perché ci sarà la consacrazione!”. Così, conclude il Papa, “celebrare la liturgia è avere questa disponibilità ad entrare nel mistero di Dio”, nel suo spazio, nel suo tempo, e affidarsi “a questo mistero”:
“Ci farà bene oggi chiedere al Signore che dia a tutti noi questo ‘senso del sacro’, questo senso che ci fa capire che una cosa è pregare a casa, pregare in chiesa, pregare il Rosario, pregare tante belle preghiere, fare la Via Crucis, tante cose belle, leggere la Bibbia … e un’altra cosa è la celebrazione eucaristica. Nella celebrazione entriamo nel mistero di Dio, in quella strada che noi non possiamo controllare: soltanto è Lui l’Unico, Lui la gloria, Lui è il potere, Lui è tutto. Chiediamo questa grazia: che il Signore ci insegni ad entrare nel mistero di Dio”.

Sergio Centofanti
Testo proveniente dal sito Radio Vaticana 


La Bibbia è violenta? No, siamo noi buonisti

HomeFaceNelle sante Scritture ci sono parole dure, espressioni che ai nostri orecchi suonano sgradevoli, testimonianze su sentimenti dei credenti ma anche di Dio che ci urtano e qualche volta forse ci scandalizzano. Le Scritture non allettano, raramente seducono, anzi spesso contestano le nostre certezze religiose fino a contraddirle. È vero, numerosi sono i passi delle Scritture in cui Dio appare nella collera, irato, sdegnato fino a punire con la rovina, la morte e l’annientamento chi contraddice la sua volontà e la sua legge, e non pochi sono i passi in cui Dio stesso, il nostro Dio, ordina l’uccisione, lo sterminio di uomini… Nel II secolo d.C., quando ormai si imponeva una Chiesa fatta di gojim, di pagani passati alla fede in Gesù Cristo, Marcione, di fronte a queste difficoltà presentate soprattutto dall’Antico Testamento alla fede dei credenti, rigettò il Dio e le Scritture dell’Antico Testamento e cercò di vedere nel Dio di Gesù Cristo un Dio nuovo. Naturalmente il suo tentativo di epurare le Scritture non poté fermarsi all’Antico Testamento, ma continuò nella discriminazione dei libri del Nuovo Testamento. Una logica che mai può essere arrestata quando si intraprende la via marcionita… Si può dire che da allora l’Antico Testamento ha sempre fatto problema ai cristiani che provengono dalle genti, e in ogni stagione ecclesiale, all’apparire di un’emergenza o di un’urgenza nella fede o nella Chiesa, spuntano i marcioniti e sempre appaiono «nuovi», perché ripartono ogni volta da capo nel contestare tutto ciò che precede il Cristo. Eppure la Chiesa con la sua grande tradizione non ha mai permesso di separare i due Testamenti, ha condannato chi lacera le Scritture, ha sempre proclamato che la parola di Dio è contenuta nelle Scritture di Israele e nelle Scritture dei cristiani in modo inseparabile. Tuttavia occorre ammettere che la violenza, il castigo, la vendetta di Dio o dei credenti restano un problema per molti lettori della Bibbia.

Sì, va detto con chiarezza: un cristiano che non sia ancora giunto alla piena maturità della fede fatica a conciliare queste espressioni bibliche di violenza con la sua fede e la sua preghiera. Gesù infatti ha chiesto: «Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano», «Benedite coloro che vi maledicono», ed è morto in croce pregando a favore dei carnefici. Ma allora, come è possibile restare fedeli a Gesù e alla sua legge, al suo spirito, e poi nella preghiera contraddire questa fedeltà radicale invocando il male, maledicendo i nemici nostri e di Dio, chiedendo per loro distruzione, annientamento, scomparsa? È conciliabile l’amore predicato da Gesù – amore universale, senza limiti né condizioni, fino al nemico – con l’uso nella preghiera, per esempio, del Salterio che contiene frequenti richieste di vendetta e imprecazioni contro i nemici? A mio avviso il problema dei cosiddetti «salmi imprecatori», così com’è stato affrontato e «risolto» da oltre quarant’anni a questa parte – cioè con l’espunzione dalla preghiera liturgica –, ne pone un altro più vasto riguardante la preghiera e il pregare. È una preghiera, quella che fa a meno delle deprecazioni, assai poco biblica e alquanto ideologica, dunque ipocrita, lontana dalla parresia nel rapporto con Dio: verso Dio si grida, si urla nei momenti dell’angoscia, della disperazione, della violenza subita (Gesù grida sulla croce!). È una preghiera lontana dalla storia e dal reale male che l’attraversa, dai reali empi e malvagi che sono i prepotenti-onnipotenti che imperversano nella storia.

E qui occorre chiedersi: si crede che la preghiera è una potenza che agisce nella storia, una forza da opporre allo strapotere del male e dei malvagi? È una preghiera lontana dagli oppressi, dai poveri, dai senza mezzi, che sono il «pasto» quotidiano di ricchi, ingiusti e oppressori; lontana da una reale intercessione in favore degli oppressi: pregare contro l’oppressore è pregare con l’oppresso, è invocare e annunciare il giudizio di Dio nella storia e sulla storia. Ci può essere, in questo, una «parzialità» che disturba il nostro buonismo: in realtà si prega nella storia e non fuori della storia, e la storia non è già redenta, né tutta santificata, ma esige giudizio, opzione, discernimento. Solo una visione angelicata della preghiera, una visione «sacrale», può togliere queste invettive! La preghiera è scegliere di stare dalla parte della vittima piuttosto che dell’aguzzino; di essere vittima dell’ingiustizia piuttosto che artefice di essa. Nei 150 salmi e nei numerosi cantici presenti nelle Scritture noi troviamo «parole contro» i nemici, dunque «preghiere contro» che possono creare delle difficoltà a noi cristiani. Nel Salterio abbondano queste espressioni in bocca a chi soffre, alla presenza di nemici, nemici suoi personali, nemici di Israele, oppure nemici di Dio: quei nemici che lo perseguitano, lo torturano, gli vogliono dare la morte. Ma, non lo si dimentichi, sono imprecazioni presenti sempre in salmi di supplica, comunque sempre rivolte a Dio o confessate davanti a Dio. Per questo non sarebbe adeguato, anzi è improprio parlare di salmi «imprecatori», e non è giusto vedervi solo grida di vendetta: sono gemiti, urla, suppliche accorate formulate in situazioni di disperazione. Certamente sono suppliche a volte eccessive; ma chi può mai pesarle e condannarle, se non si è trovato nella stessa situazione di violenza sofferta nella propria persona? Che cosa grideremmo noi in simili situazioni? E soprattutto: grideremmo stando davanti a Dio, invocando lui?

Mutilare il Salterio per ragioni edificanti, mutilare l’Antico Testamento (ma verrà anche l’ora in cui in nome della «sensibilità della gente» si chiederà di purgare il Nuovo Testamento!) significa diventare più poveri di quella testimonianza in «carne e sangue» che è presente nella Bibbia. Di fronte al male operante nella storia le «preghiere contro», le invettive contenute nei salmi di supplica sono uno strumento di preghiera dei poveri, degli oppressi, dei giusti perseguitati: essi intervengono con le loro grida, visto che nella storia per loro non ci sono altri spazi! Con queste espressioni l’orante dà un giudizio sul male, lo discerne, lo condanna e chiede a Dio di intervenire per fare giustizia e castigare il malfattore. Questi salmi sono in verità estremamente esigenti, perché sanciscono il principio in base al quale anche di fronte all’ingiustizia e al male subiti il credente si vieta di farsi giustizia e non cede alla tentazione di rispondere al male con il male, alla violenza con la violenza, ma lascia fare alla giustizia di Dio. Non si dovrebbe poi dimenticare che all’interno dell’Antico Testamento i salmi imprecatori in verità costituiscono un radicale superamento della legge del taglione, che pure era già una misura di salvaguardia dalla vendetta senza fine, dalla faida illimitata. I passi imprecatori dei salmi e dei cantici biblici, se letti in verità, non ci portano a scandalizzarci ma ci danno invece una grande lezione: questi oranti mostrano una grande pazienza. Non si fanno giustizia da soli, non ricorrono a strumenti di guerra, anzi mettono un freno all’istinto di violenza e si affidano unicamente a Dio. Questa la loro fede: ecco da dove nasce il loro grido a Dio.

Avvenire, 20 novembre 2013 di ENZO BIANCHI


Momenti vicino a Cristo …”vuoi partecipare al cursillo?”

images (8)Oggi, dopo mesi di precursillo e certa della maturazione dei tempi, ho fatto una proposta di partecipazione ai tre giorni di Cursillo. Pur ben intenzionata e già preavvisata delle date l’amica mi risponde con un gentilissimo e umanamente giustificato “vorrei…mi piacerebbe, ma non posso…la famiglia, il lavoro, altri impegni…come faccio”.

Imbarazzata e sconsolata pensando a dove ho sbagliato, torno a casa.

Di consuetudine appena ho il mio attimo di tempo leggo la Parola del giorno.

Stupefatta leggo questo testo….

(Lc 14,15-24)  In quel tempo, uno dei commensali, avendo udito questo, disse a Gesù: «Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!».  Gli rispose: «Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti. All’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: “Venite, è pronto”. Ma tutti, uno dopo l’altro, cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: “Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Mi sono appena sposato e perciò non posso venire”.  Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al suo padrone. Allora il padrone di casa, adirato, disse al servo: “Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi”.  Il servo disse: “Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c’è ancora posto”. Il padrone allora disse al servo: “Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, perché la mia casa si riempia. Perché io vi dico: nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena”».

Oltre ciò, che sarebbe già abbastanza sia per me che…per la mia amica, in calce vi è un trafiletto curioso sul Beato don Giacomo Alberione:  “Il segreto della tanta multiforme attività fu la sua vita interiore e di preghiera. Ogni giorno pregava per almeno cinque ore(…)così sono nate dal Tabernacolo le molteplici opere(…)tutto nasce come da fonte vitale, dal Maestro Divino, così si alimenta, così opera, così si santifica(…)”. 

Così mi torna in mente un’altra Beata dei nostri giorni, Madre Teresa di Calcutta, anche lei in Adorazione per ore ogni mattina prima delle attività, perché fosse pronta agli incontri.

Anche oggi il Signore mi ha parlato, mi ha indicato la via per un corretto e fruttuoso precursillo.

Si ricomincia, per le strade, lungo le siepi, ultreya!


Ancora pregare …

images (22)Dom XXIX T.O. Lc 18,1-8

Per mostrarci che bisogna pregare sempre senza stancarsi Gesù ci invita a scuola di preghiera da una povera vedova.

C’era un giudice corrotto e una vedova si recava ogni giorno da lui chiedendogli: fammi giustizia!

E’ una donna forte, dignitosa; che non si arrende all’ingiustizia e che non si abbatte dinanzi all’ingiustizia.

In questa donna, fragile e decisa, Gesù ci insegna due cose: il modo di chiedere che deve essere tenace e fiducioso e il contenuto della richiesta.

La vedova chiede giustizia a chi fa la giustizia, chiede al giudice di essere vero giudice, di essere se stesso.

E così accade nel nostro andare da Dio: pregare è in fondo chiedere a Dio di darci se stesso.

Ed è tutta la prima parte del Padre Nostro: sia santificato il tuo nome…, sia fatta la tua volontà.
E’ come chiedere Dio a Dio: donaci te stesso!

Caterina da Siena diceva: Dio dandoci se stesso ci dà tutto .
Ma allora perché pregare sempre?

Non perché la risposta tarda a venire, ma perché la risposta è infinita.

Perché Dio è un dono che non ha termine.

E poi per mantenere aperti i sentieri. Se non lo percorri spesso, il sentiero che conduce alla casa dell’amico si coprirà di rovi.

Vanno sempre riaperti i sentieri del Dio amico.
Ma come si fa a pregare sempre?

Come si fa a lavorare, incontrare persone, studiare, dormire e nello stesso tempo pregare?

Innanzitutto pregare non significa recitare preghiere, ma sentire che la nostra vita è immersa in Dio, che siamo circondati da un mare d’amore e non ce ne rendiamo conto.

Pregare è come voler bene. Se ami qualcuno, lo ami sempre.

Qualsiasi cosa tu stia facendo non è il sentimento che si interrompe, ma solo l’espressione del sentimento.

Sant’Agostino diceva: “Il desiderio prega sempre, anche se la lingua tace. Se tu desideri sempre, tu preghi sempre. Quand’è che la preghiera sonnecchia? Quando si raffredda il desiderio”.
Pregare sempre si può: la preghiera è il nostro desiderio di amore.

Ma Dio esaudisce le preghiere?

Sì, Dio esaudisce sempre, ma non le nostre richieste bensì le sue promesse.

Il Padre darà lo Spirito Santo: “io e il Padre verremo a lui e prenderemo dimora in lui” scrive l’evangelista Giovanni. Non si prega per ricevere ma per essere trasformati.

Non per ricevere dei doni ma per accogliere il Donatore stesso; per ricevere in dono il suo sguardo, per amare con il suo cuore.

don Giuseppe Alemanno